L'Editoriale

Zingaretti e la Regione part-time

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Se Nicola Zingaretti voleva far notare che nel Pd hanno perso tutti mentre invece lui ha vinto, allora ha fatto bene a rendersi disponibile per le primarie alla segreteria del partito. Una mossa che non è solo un calcetto al segretario uscente da cui è stato in ogni modo penalizzato, anche con mezzucci come il veto alla presidenza della Conferenza Stato-Regioni dove via del Nazareno nel 2014 gli preferì Chiamparino. Roba vecchia, ma non dimenticata. Se invece il neo confermato governatore del Lazio vuol prendersi davvero la segreteria dem, allora non sta facendo i suoi conti male, bensì malissimo, perché conciliare due incarichi del genere significa non far bene l’uno e l’altro. Renzi – si dirà – ha fatto addirittura il premier e il capo del partito. Ma con quale risultato è sotto gli occhi di tutti. A una politica poco efficace, dove abbondano i parlamentari mai visti nelle loro assemblee (specie in Europa) e la preparazione è considerata un optional (tanto che il candidato dei Cinque Stelle a Palazzo Chigi, Di Maio, non ha né laurea né esperienze significative di lavoro) la risposta più seria è svolgere bene il proprio incarico. A Zingaretti d’altra parte è stato chiesto in lungo e largo di correre nel partito contro Renzi, e il suo rifiuto motivato dal gravoso impegno alla Regione ha retto sempre benissimo. Sarebbe curioso scoprire adesso che si trattava solo di un alibi. E il Lazio sta attraversando una fase ancora troppo complessa dal punto di vista economico per essere guidato da un governatore a mezzo servizio.

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