Elezioni a inizio 2017, la strategia di Renzi. Grazie alla flessibilità dell’Europa

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A ottobre ci rifanno l’esame, ma gl’impegni concreti che dobbiamo prendere sono sul 2017, ovvero numeri che poi si verificano con un minimo di precisione alla fine del prossimo anno. In cambio, l’Europa ci consente di ritardare il risanamento dei conti pubblici e di fare un po’ di spesa pubblica in deficit. E’ questa la sostanza dell’accordo di martedì con la Commissione guidata da Jean-Claude Juncker, che per ora non ci obbliga a manovre correttive in questo anno solare.

Graziati
Tutto questo ha un significato politico ben preciso: il governo di Matteo Renzi ha ancora qualche cartuccia da sparare (riduzioni di tasse, incentivi vari) in questo anno decisivo per la sua sopravvivenza, in cui si gioca il futuro alle elezioni comunali di giugno e al referendum costituzionale di ottobre. Ma c’è di più. La grande soddisfazione che si registra a Palazzo Chigi e nel Giglio magico per quello che è riuscito a strappare con l’Europa il ministro Pier Carlo Padoan è dovuta al fatto che si sono guadagnati dei mesi per fare campagna elettorale senza dover turbare gli italiani con manovre finanziarie lacrime e sangue. E a questo punto, ecco il ragionamento che ha fatto il premier con i suoi fedelissimi, tanto vale tentare il filotto completo. Ovvero, vittoria al referendum d’autunno ed elezioni anticipate in primavera, sulle ali dell’entusiasmo. Perché a Renzi piace così. Piace tenere il piede sempre pigiato sull’acceleratore ed essere in campagna elettorale permanente, giocando d’attacco. Che è la cosa che ritiene di saper fare meglio. Non solo, ma ai suoi fedelissimi ha anche consegnato il seguente ragionamento: quanto tempo può ancora durare il coma del centrodestra, incapace di trovare un candidato unitario che possa competere con lui anche solo nei sondaggi? E poi il discorso che gli ha fatto più volte anche Padoan: al 2018, scadenza naturale della legislatura, senza taglia “non ci arriviamo”.

Sogni
Del resto sulla finanza pubblica il governo Renzi si era leggermente illuso. Nel Documento economico e finanziario dell’aprile 2014 aveva stimato per il 2017 un rapporto deficit-pil molto migliore di quello che adesso è stato prospettato a Bruxelles. In soldoni, nei giorni scorsi abbiamo ammesso che il nostro deficit crescerà di 5 miliardi nel prossimo anno. La sensazione di molti osservatori è che l’Ue ci lasci fare perché al momento l’emergenza continentale numero uno è quella di scongiurare la Brexit e quindi non è il momento di esagerare con rigore finanziario e austerity. Lo sconto sul fiscal compact che abbiamo incassato ha ovviamente delle contropartite ben precise.  Bruxelles ci chiede in cambio di portare a termine riforme strutturali e di sostenere degli investimenti per la crescita. Sul fronte delle prime, la Commissione ha apprezzato le proposte italiane e, in particolare, il Jobs Act. Quanto agli investimenti, la strada è invece più in salita. Andranno concertati con l’Ue e verranno cofinanziati solo dopo un preciso e scrupoloso iter di convalida.