Emergenza immigrazione: va sempre peggio

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di Carmine Gazzanni

Ieri in massa i rappresentanti delle istituzioni nazionali ed europee sono andati a Lampedusa per dimostrare vicinanza alla popolazione siciliana, ad un anno di distanza dal naufragio dell’imbarcazione libica che costò la vita a 366 persone. Una cifra che gela il sangue. E dinanzi alla quale, al di là di commiati e dichiarazioni, è doveroso capire cosa sia accaduto nel giro di 12 mesi. O, meglio, cosa non sia accduto. Già, perchè a leggere i dati del Viminale, la situazione non pare assolutamente migliorata. Anzi. Basti questo: se alla vigilia della tragedia (settembre 2013) le presenze dei migranti accertate in Italia ammontavano a meno di 20 mila, a distanza di un anno siamo arrivati a 61.536, di cui circa un quarto (14.719) in territorio siciliano. In altre parole, nel giro di dodici mesi la percentuale di migranti è salita del 200%. I numeri, insomma, parlano di un fallimento totale delle politiche attuate nell’ultimo anno.

IL DISASTRO DEI CIE
Tra strutture sanitarie e centri di accoglienza, però, sono i Cie (Centri di Identificazione ed Espulsione) a vivere un dramma senza via d’uscita. A rivelarlo è un Rapporto, appunto sui Cie, approvato il 25 settembre dalla commissione straordinaria del Senato sui diritti umani. Dal dossier emerge, ad esempio, che degli 11 centri presenti in Italia solo 5 sono funzionanti e, di questi, 3 solo in parte. Ed ecco allora le tensioni, di cui spesso sentiamo parlare. Una situazione critica, dunque, che dura da tempo anche per colpa di incredibili ritardi. Per dire: “il Cie di via Corelli a Milano – si legge nella – è stato chiuso per lavori di ristrutturazione dalla fine di dicembre 2013”. Nulla però in confronto, ancora, ai Cie di Trapani e di Brindisi, chiusi per lo stesso motivo addirittura da giugno 2012. Eppure i soldi arrivano. E non pochi. Dal 2005 al 2011 lo Stato ha impegnato in media 143,8 milioni di euro l’anno per i Cie, i cui costi minimi si aggirano attorno ai 55 milioni di euro l’anno. Un’enormità. Il punto, però, è che l’Europa, fino ad ora, si è occupata ben poco del problema.

GLI ULTIMI
Il disastro, però, è conseguenza soprattutto di una macchina amministrativa che funziona decisamente male e che, spesso, manca anche del minimo senso di umanità. Alcune delle storie raccolte sono sconcertanti: D. nasce 23 anni fa ad Aversa da genitori bosniaci, ma nel dicembre 2013 viene portato nel Cie di Ponte Galeria (Roma) per essere espulso in Bosnia. La famiglia però risiede a Napoli dove D. ha sempre vissuto. Ed ecco l’assurdo: prima che venga “liberato”, il povero malcapitato trascorre sei mesi nel Cie. Una vera e propria detenzione. Senza alcun senso. Così come è senza logica la permanenza per quattro mesi di una signora cinese coniuge di un italiano, trasportata nel centro perché aveva il permesso di soggiorno breve. Il ritardo però era imputabile alla lentezza della macchina burocratica, dato che lei aveva presentato tutti i documenti a tempo debito.

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