Una nuova tassa sull’eredità. Riecco le grandi idee del Pd. Con Enrico non si sta sereni

Pd Letta
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Enrico Letta se n’è uscito ieri con un’intervista a Massimo Gramellini, anticipata con un tweet, per lanciare la proposta di una sorta di patrimoniale ereditaria. “Su @7Corriere lancio proposta di dote per i diciottenni. Per la generazione più in crisi un aiuto concreto per studi, lavoro, casa. Per essere seri va finanziata non a debito (lo ripagherebbero loro) ma chiedendo all’1% più ricco del paese di pagarla con la tassa di successione”.

Una nuova tassa sull’eredità. Riecco le grandi idee del Pd

La proposta ha provocato subito prese di posizione contrarie tra cui quella di Forza Italia che ha prontamente replicato: “Con noi al governo se lo scorsi”. Chissà come si sarà sentito il “povero” Conte Zio, il più famoso Gianni, che è ancora il più ascoltato consigliere di Berlusconi, con questo nipote che gli vuole dissipare il patrimonio. La cosa strana è che Letta nipote ha fatto questa uscita proprio mentre il governo, di cui è uno dei principali azionisti, sta varando il Decreto sostegni bis. Come dire, mentre lo Stato con una mano dà (i ristori) con l’altra toglie (la tassa di successione).

In una Italia economicamente, oltre che psicologicamente, stremata dalla pandemia il segretario del Partito democratico non trova di meglio che baloccarsi con idee peraltro pericolose, perché si sta parlando di cifre non da nababbi, ma anche di una media famiglia con due case o equivalente finanziario. Ed infatti, seguendo la linea di questo logico ragionamento, la legnata di Mario Draghi si è abbattuta implacabile sul professore pisano che a riguardo della bizzarra proposta ha tagliato corto: “Non ne abbiamo mai parlato, ma questo non è il momento di prendere i soldi dai cittadini ma di darli”. Insomma, colpito e affondato.

Con Enrico non si sta sereni

E a ben pensare Letta finora non ne ha praticamente azzeccata una. A parte che la sua figura è stata un po’ compromessa dalla brutalità con cui l’allora segretario del Pd Matteo Renzi lo estromise con il famosissimo “Enrico Stai sereno” che – come lui stesso ricorda nell’intervista – è entrato addirittura nella Treccani. Ora Letta colleziona campanelline, a ricordo del rito del passaggio che fu costretto ad officiare suo malgrado, anche se non pare una mossa molto intelligente.

È un po’ come dire che un impiccato collezioni corde o qualcosa del genere. E dire che di stranezze l’ex premier ne ha collezionate molte, come quando è stato l’unico esponente di sinistra (?) – legittimamente per carità – a manifestare a favore di Israele. Ma il punto è proprio questo. Enrico Letta è un uomo di sinistra? O almeno di centrosinistra? Probabilmente siamo ai confini, in un territorio prossimo a quello di un’altra quinta colonna della destra e cioè proprio per ironia della sorte quel Matteo Renzi che lo defenestrò. Solo che Renzi agì col manganello della “rottamazione”, una sorta di populismo bianco di natura fanfaniana che decapitò tutta la nomenklatura ex comunista con vittime eccellenti come Massimo D’Alema e Pierluigi Bersani, solo per citare i più famosi.

Un altro pasticcio in cui si è cacciato il professore pisano è quello delle candidature per le amministrative. In quattro grandi città come Torino, Roma, Milano e Napoli è riuscito a chiudere l’accordo con il Movimento solo nell’ultima. Mentre a Roma è riuscito a far litigare Nicola Zingaretti con Dario Franceschini dopo aver convinto il primo a esporsi mollandolo poi dopo un incontro con Giuseppe Conte. Nell’intervista, inoltre, Letta non resiste a mitizzare la sua sventura e ci racconta che dopo il calcione di Renzi dovette emigrare all’estero. In Francia, dove il povero pellegrino approdò alla Sorbona, una delle più prestigiose università del mondo, per insegnare. Percorso questo – come noto – comune alla stragrande maggioranza degli emigrati.