Epifani ruggisce contro il Cav. Ma il Pd si sbrana sul congresso. Slittano ancora data e regole per la leadership. L’Iva non va aumentata, è una nostra battaglia

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di Alessandro Ciancio

Congresso l’8 dicembre. Forse. Alla fine è stato lo stesso Guglielmo Epifani a fare la proposta per tirare fuori il Pd da uno stallo insuperabile. Ieri il segretario ha chiuso il suo intervento all’assemblea del partito ribadendo il fatto che il percorso congressuale deve «partire dal basso» ma che dovrà concludersi nel giorno dell’Immacolata. Un’indicazione curiosa, dal momento che la Commissione congresso incaricata di trovare una mediazione «ancora non ha terminato i suoi lavori», come ha ammesso lui stesso. Statuto alla mano, la sua proposta non è modificabile e quindi non sarà sottoposta al voto dei delegati. Anche perché la presidente del Pd Rosy Bindi ha specificato a fine lavori che la data è stata individuata nell’ambito della presidenza in cui sono rappresentate tutte le anime del partito. Staremo a vedere. Anche questa volta Matteo Renzi ha seguito i lavori ‘in piccionaia’ e lontano dalla prima fila. E mentre i suoi fedelissimi tradivano un chiaro disappunto sulla mancata definizione delle regole dell’assise, lui si è limitato in tv a una sola battuta: «Prima era il sette novembre, poi il 15 dicembre. Basta che non sia a Natale». La speranza sua e di molti è che data del congresso e regole delle primarie («A porte spalancate, non aperte») vengano definite oggi, chiudendo dopo tre mesi una partita interna che ha ormai raggiunto livelli surreali, soprattutto per un partito che ogni sera va in tv a spiegare agli italiani l’importanza del rispetto delle regole.

Non c’è più rispetto
Com’era facile attendersi, Epifani ha attaccato soprattutto il suo principale alleato. «In Italia – ha detto – c’è un paradosso forte: che mentre la priorità vera della condizione del Paese spingerebbe ad affrontare i problemi sociali a partire dalla disoccupazione, tutto in parte ruota sul rapporto tra le vicende giudiziarie di Berlusconi e le scelte del suo partito. Avviene per un motivo preciso: non ci voleva molto per capire che senza distinzione tra sfera vicende personali e quelle generali tutto si sarebbe intorbidito e reso più difficile». Bruciano ancora le parole ascoltate nel videomessaggio del leader del Pdl, definito «una foto ingiallita di un film già visto, che appesantisce clima e prospettive soprattutto per le gratuite invettive contro magistratura e Partito democratico». Nessuna pacificazione è possibile con chi propone di passare «da un governo che finora aveva giudicato di pacificazione ad un governo che deve avere un contenuto ed un profilo di parte e la parte è il Pdl. Per noi il governo deve invece essere di servizio. E chiediamo rispetto per quello che rappresentiamo: il primo partito del nostro Paese».Il Pd non quindi alcuna intenzione di farsi logorare, come già successe a Monti, da un alleato che ogni volta alza la posta in gioco. E ancora: «Non possiamo inseguire soltanto il terreno scelto dagli altri, dobbiamo fare ogni sforzo anche se difficile» per «mettere i problemi reali al centro del lavoro del governo e del Parlamento». Mettendo in difficoltà il ministro dell’Economia Saccomanni e lo stesso compagno di partito Enrico Letta, Epifani ha quindi aggiunto: «Troverei fortemente sbagliato che dopo aver tolto l’Imu, tu vada ad aumentare l’Iva che va ad incidere sui ceti popolari». Morale della storia: «Non si può fare passare il Pd per il partito delle tasse. Casomai è quello del fisco giusto ed equo». Parole e toni da campagna elettorale.