Sì all’equo compenso, ma solo per i professionisti. La Meloni e le destre puntano a blindare le parcelle dei ricchi e ignorano il reddito da fame dei disperati

Equo compenso Meloni
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Equo compenso, ma per i professionisti. I sovranisti non si sono curati sinora di garantire un compenso minimo a chi lavora per pochi spiccioli. La battaglia portata avanti in Parlamento dal Movimento 5 Stelle e dal centrosinistra ha lasciato indifferenti le destre. Una norma già applicata in Europa e ignorata da chi ad ogni occasione ripete prima gli italiani. Ecco però che ora direttamente Giorgia Meloni, insieme ai colleghi Alessandro Morelli, della Lega, e Andrea Mandelli, di Forza Italia, presenta una proposta di legge sull’equo compenso.

Folgorati sulla via per Montecitorio? Assolutamente no. Il compenso giusto che interessa a FdI & co. è quello per i professionisti e non per chi ha compensi da fame. Un’iniziativa che la leader di Fratelli d’Italia e gli altri due deputati giustificano battendo sullo stesso codice civile, in base al quale “la misura del compenso deve essere adeguata all’importanza dell’opera e al decoro della professione”. Salvo aggiungere che lo fanno anche per i comuni cittadini, che hanno diritto a ottenere una prestazione di qualità, impossibile da garantire al di sotto dei livelli minimi di compenso previsti dai parametri ministeriali.

IL PUNTO. Del resto ci sarà pure chi ha difficoltà a fare la spesa, ma i partiti, in perenne campagna elettorale, devono pensare ai consensi. Soprattutto ci pensa chi spera ad ogni sondaggio favorevole di tornare immediatamente al voto. Non sembra del resto proprio un caso che i tre specifichino che la loro è “un’iniziativa legislativa che rappresenta un punto di riferimento importante per tutti i professionisti, perché tende a ristabilire un necessario riequilibrio nei rapporti tra operatori economici, impedendo situazioni che in certi casi si possono definire, senza mezzi termini, di prevaricazione e di abuso della posizione dominante da parte del committente o cliente verso il professionista”. Senza un’equa e giusta retribuzione non c’è dignità per chi lavora. Ricordano il principio costituzionale nella proposta di legge. Ma appunto diretta solo ai professionisti.

LE PREVISIONI. Ecco dunque la previsione di modificare lo stesso articolo 2233 del codice civile, aggiungendo che “sono comunque nulle ai sensi del secondo comma le clausole che non prevedono un compenso equo e proporzionato all’opera prestata, tenendo conto a tale fine anche dei costi sostenuti dal prestatore d’opera” e che “sono tali le pattuizioni di un compenso inferiore agli importi stabiliti dai parametri o dalle tariffe per la liquidazione dei compensi dei professionisti iscritti agli ordini o ai collegi professionali, fissati con decreto ministeriale, o ai parametri determinati con decreto ministeriale per la professione forense”.

Nulla inoltre qualsiasi pattuizione che vieti al professionista di pretendere acconti nel corso della prestazione o che gli imponga l’anticipazione di spese o che comunque attribuisca al committente o cliente vantaggi sproporzionati rispetto alla quantità e alla qualità del lavoro svolto o del servizio reso. C’è insomma chi non ha diritto a un compenso che possa definirsi tale e chi ha quello di non iniziare proprio a lavorare se non riceve un anticipo. Regole ovviamente valide negli stessi rapporti tra professionisti e pubblica amministrazione. Prevista pure la possibilità di ricorrere a una class action per la tutela di tali diritti e l’istituzione di un osservatorio nazionale presso il Ministero della giustizia.