Espulsione per i ribelli. Ma ora i 5S temono un contro-Movimento. Dopo il Senato, strappo alla Camera. E c’è l’incognita Di Battista

ALESSANDRO DI BATTISTA
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“I 15 senatori che hanno votato no alla fiducia saranno espulsi”. L’annuncio via social del capo politico reggente M5S Vito Crimi arriva in mattinata. Fuori potrebbero andare pure gli assenti ingiustificati (6 senatori in tutto). Ma soprattutto stessa sorte toccherà ai 16 deputati che ieri sera hanno votato no a Draghi (Corda, Sapia, Spessotto, Testamento, Volpi, Baroni, Cabras, Colletti, Costanzo, Forciniti, Giuliodori, Maniero, Russo, Sarli, Termini e Vallascas). E probabilmente anche ai 4 che si sono astenuti (Paxia, Villarosa, Raduzzi e Sodano).

Mentre è da decidere il destino di quanti erano assenti senza valide giustificazioni. Non hanno votato Corneli, Ehm, Menga, Romaniello, Spadoni (in quanto presidente dell’assemblea), Tucci, Di Lauro, Masi, Penna, Scutellà (per motivi di salute), Suriano, Zanichelli. In missione invece i deputati grillini Mammì e Vianello. Non è bastata la linea dura di Crimi a convincere i ribelli anti-Draghi. Non il post di Beppe Grillo. Il fondatore e garante del M5S, facendo un parallelo con il nome della sonda attesa su Marte, ha scritto: “Oggi (ieri, ndr), alle 21:55 la sonda Perseverance atterrerà su Marte. Alla stessa ora, la Perseveranza atterrerà su un altro Pianeta. La Terra. Più precisamente alla Camera dei deputati. I grillini non sono più marziani”.

L’area del dissenso (una trentina alla Camera e una ventina al Senato) è dunque risultata maggiore di quanto i vertici M5S prevedessero. E ora fa davvero paura. Col rischio che si formino gruppi autonomi (all’opposizione ovviamente) numericamente superiori (persino) di FdI che conta 33 deputati e 19 senatori. E che a cavalcarli possa essere Alessandro Di Battista che annuncia “una sana e robusta opposizione da costruire”.

Programma che presenterà sabato in un live su Instagram e che ha il sapore di una discesa in campo. Alla notizia dell’espulsione l’universo pentastellato si è infiammato. “Sono molto scosso, ora voglio riflettere. Mi sento M5S nel sangue”, dichiara Nicola Morra. Barbara Lezzi non ci sta: “Mi candido a far parte del comitato direttivo del M5S (da cui non sono espulsa)”. Ma per lo Statuto le cose non stanno esattamente come dice la senatrice dibattistiana. Secondo l’articolo 11 chi è espulso dal gruppo parlamentare è fuori anche dal Movimento. Al Garante la possibilità di revocare l’espulsione.

Ma c’è chi ritiene che non vi sia questo automatismo prima del pronunciamento dei probiviri. E comunque c’è chi non si rassegna e minaccia di adire le vie legali. Contesta l’espulsione il senatore Matteo Mantero che promette di “imbullonarsi” al suo posto. Elio Lannutti annuncia che farà ricorso. E a dar man forte a chi vuole portare le carte in tribunale c’è il legale Lorenzo Borré, da anni al fianco dei pentastellati espulsi. Fatto sta che la decisione del reggente si incrocia con la corsa per la leadership dopo il sì alla nuova governance (un organo collegiale di 5 membri).

Tra i più attivi appunto c’erano gli stessi Morra e Lezzi. E poi si sono fatti i nomi di Danilo Toninelli, di Dino Giarrusso, di Virginia Raggi, di Paola Taverna, di Alfonso Bonafede, di Stefano Patuanelli. E, rumors delle ultime ore, pure quello dell’ex portavoce di Conte, Rocco Casalino. Ma dalla partita rischiano di rimanere fuori molti big. Se Luigi Di Maio non ha sciolto ancora la riserva, Roberto Fico, a meno che non rinunci alla presidenza della Camera, non è della partita. Lo stesso si dica per Davide Casaleggio, in quanto socio di Rousseau.

E soprattutto fuori rischia di rimanere Giuseppe Conte non iscritto entro giugno 2020. L’ex premier, che “agli amici del M5S” ha detto “io ci sono e ci sarò”, dovrà decidere cosa fare “da grande” (leggi pezzo a pagina 7). L’intergruppo M5S-Pd-Leu, che ha benedetto, nasce azzoppato per i malumori tra i dem e se l’avvocato vuole ritornare in partita una possibilità che ha per farlo è proprio coi 5S. Grillo ha fatto capire di essere pronto a sostenerlo. La palla ora passa a Conte.

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