L’ex Pci Cacciari finito più a destra di Salvini. Se finora gli autonomi hanno pagato di più il prezzo della crisi il filosofo si augura che adesso tocchi pure agli statali

di Giuseppe Vatinno
Politica

La parabola intellettuale e politica del filosofo Massimo Cacciari è inquietante. Figlio dell’alta borghesia esordisce da giovane occupando a Mestre la stazione insieme alle tute blu, diviene un militante di Potere Operaio per poi entrare nel Partito comunista. Si laurea in filosofia a Padova e viene creato professore ordinario di Estetica a Venezia sua città natale. Due volte – in periodi diversi – sindaco della città lagunare con i Democratici di Romano Prodi e con l’Ulivo, due volte deputato del Pci e poi Europarlamentare. Studioso di Marx, Heiddeger, Nitzsche e Wittgenstein si segnala negli anni per un inarrestabile passaggio su posizioni conservatrici se non di destra.

Ci ha abituato, da personaggio televisivo, a uscite bislacche e deflagranti come quella recente a Piazza Pulita in cui ha lanciato strali contro gli statali: “Voglio dire ai miei colleghi dello stato e del parastato, prima o dopo arriveranno a voi, per forza. E io spero che ci arrivino presto, perché è intollerabile che questa crisi la paghi metà della popolazione italiana”. Forse l’influenza del suo amato Heiddeger, compresso con il nazismo, e l’amore per Nietzsche, che aveva come mito il superuomo ariano, gli hanno giocato negli anni un brutto scherzo e a volte Cacciari sembra più a destra di Salvini.

Non è infatti la prima volta che lo scorbutico filosofo parte per la tangente e si lascia andare ad intemerate di cui perde rapidamente il controllo. A suo discapito però possiamo dire che non solo non è l’unico che nato a sinistra poi si è ritrovato a destra, visto che lo stesso Benito Mussolini, già direttore del quotidiano socialista L’Avanti!, fece similmente, ma molti altri che da giovani erano incendiari extraparlamentari di estrema sinistra ce li siamo ritrovati in Forza Italia o comunque in posizioni conservatrici, a partire dal filosofo Lucio Colletti. Dunque Cacciari, figlio dell’alta e ricca borghesia padana, non è certo un’eccezione quanto piuttosto una triste conferma alla regola che si nasce incendiari e ci si trasforma, da vecchi, in pompieri.

Tuttavia, anche scontando queste ineluttabili e misteriose (fino ad un certo punto naturalmente) leggi sociologiche Cacciari si fa notare per due motivi. Primo: essendo un noto personaggio televisivo è quello che si definisce un opinion maker e quindi ha effetto sull’opinione pubblica. Secondo: da bravo filosofo irrazionalista, è portatore di un linguaggio volutamente criptico e avviluppato che fa capire ben poco all’ascoltatore che si trova sommerso da un effluvio di parole spesso tecniche e incomprensibili al “volgo” che cercano di abbindolarlo alla maniera, per restare in tema filosofico, dei sofisti greci.

Ora Cacciari ce l’ha con gli statali. In mezzo ad una pandemia difficilissima da gestire invece che cercare di aiutare tutte le categorie sociali lui non trova di meglio che livellare tutti verso il basso invece che verso l’alto. Il filosofo sembra disprezzare il volgare “statale” per celebrare il culto del “buon bottegaio” e cioè colui il quale vive commerciando e produce cose solide, reali, salsicce e birra, ad esempio, ma anche macchine e similari, stura i gabinetti ed è insomma è lontano dal mondo della routine e degli uffici. La cosa strana è che se qualcuno è lontano dalle categorie produttive questo è proprio – per definizione – il filosofo, che trova in Cacciari l’ipostasi più completa e appropriata.