Per Falcone ad ordinare di uccidere Piersanti Mattarella fu Cosa nostra ma i sicari non erano mafiosi. Desecretate dopo 31 anni le rivelazioni del giudice alla Commissione antimafia

Falcone Mattarella
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Un omicidio di mafia eseguito da sicari non mafiosi. E’ questa la conclusione, riguardante il delitto dell’ex presidente della Regione siciliana, Piersanti Mattarella (6 gennaio 1980), fratello dell’attuale presidente della Repubblica, a cui era giunto, indagando, Giovanni Falcone. Una rivelazione che il giudice, due anni prima della sua morte, aveva affidato alla Commissione parlamentare antimafia, nel corso di un’audizione fiume datata 22 giugno 1990. Parole inquietanti, che tirano in ballo l’eversione nera, fino ad oggi rimaste secretate dentro una carpetta custodita in una cassaforte di San Macuto. E ora di libera consultazione per decisione dello stesso organismo parlamentare guidato da Nicola Morra.

“Nel corso di faticose istruttorie – disse Falcone rispondendo ai parlamentari dell’Antimafia – abbiamo trovato tutta una serie di riscontri che ci hanno portato a dover valutare il fatto che queste risultanze probatorie fossero conciliabili con una matrice e quindi con dei mandanti sicuramente all’interno della mafia, oltreché ad altri mandanti evidentemente esterni”. Il giudice, in particolare, sembra ritenere attendibili le parole dell’ex terrorista nero, Cristiano Fioravanti che accusò dell’assassinio Mattarella suo fratello, Valerio, detto Giusva, poi processato e assolto per il delitto dopo che Tommaso Buscetta ne mise in dubbio le responsabilità.

“Questo è un dato di fatto assolutamente incontrovertibile – aggiunse Falcone -. Per converso abbiamo dei riconoscimenti quasi certi nei confronti di questi imputati (Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini entrambi scagionati ndr). Ci troviamo di fronte a delle modus operandi che sono molto simili, in alcuni casi addirittura identiche, a quelle di questi personaggi”.

“La tesi esposta nel nostro mandato di cattura – aveva poi aggiunto Falcone -, peraltro conforme ai risultati di un’analisi dei documenti da noi forniti all’ufficio dell’Alto commissario, è la seguente: sotto il profilo delle risultanze emergenti dalle indagini sul terrorismo nero, le modalità dell’omicidio Mattarella sono sicuramente compatibili; sotto il profilo della compatibilità fra l’omicidio mafioso affidato a personaggi che non avrebbero dovuto avere collegamenti con la mafia, è emersa una realtà interessante e inquietante”.

“Nell’omicidio Mattarella – si legge ancora nella trascrizione dell’audizione di Falcone – vi era una concordia di fondo di tutta la commissione sull’eliminazione di questo personaggio, nel senso che non interessava a tutti più di tanto che rimanesse in vita; però nel momento più acuto della crisi, che poi sarebbe sfociata l’anno successivo in una guerra di mafia molto cruenta, ognuno aveva paura di fare il primo passo, e Stefano Bontade, per la parte che ci è stata riferita, aveva preferito stare alla finestra nel senso di disinteressarsi delle vicende di Cosa nostra per poter poi contestare dall’opposizione certe vicende all’interno dell’organizzazione. Se per l’omicidio Mattarella, e questo ci è stato ampiamente confermato da Buscetta, fossero stati utilizzati killer mafiosi, in due secondi chiunque all’interno di Cosa nostra avrebbe saputo chi aveva ordinato l’omicidio del presidente Mattarella”.

In un passaggio dell’audizione, sempre a proposito del delitto di Mattarella, Falcone aggiunge: “In effetti, anch’io, come tanti altri colleghi della Procura e dell’Ufficio istruzione, sentivo il compianto consigliere Rocco Chinnici parlare di una sua particolare ipotesi di lavoro (che comunque non mi aveva mai esplicitato), secondo cui aveva compreso tutto ciò che stava accadendo. Devo dire che si trattava di un’ ipotesi tutt’altro che peregrina – aveva aggiunto il giudice antimafia – Si sarebbe trattato, cioè, di omicidi ‘eccellenti’ che sono in un certo modo apparentemente scaglionati nel tempo, ma che in realtà si inseriscono in vicende di dinamiche anche interne alla mafia e che possono restringersi in un ben individuato arco di tempo che va dal 1978 (omicidio di Michele Reina) al 3 settembre 1982 (omicidio di Carlo Alberto Dalla Chiesa), anche se il delitto Dalla Chiesa sarebbe più opportuno, alla luce delle nostre indagini, tenerlo fuori da questa dinamica, poiché l’omicidio importante, l’omicidio di spicco, l’omicidio che si inquadra in un determinato contesto dovrebbe essere, secondo me, quello di Pio La Torre”.

Nel corso di quella stessa seduta, trascritta in 117 pagine, ora non più coperte dal segreto funzionale, Giovanni Falcone rispose a numerose domande riguardanti anche l’arresto del sindaco di Palermo, Vito Ciancimino e l’omicidio di un altro sindaco del capoluogo siciliano, Giuseppe Insalaco. Ma anche dell’inchiesta “Mafia e appalti” che puntava a fare luce sugli intrecci tra politica e malaffare e che, con ogni probabilità, condannò a morte il giudice.