Fallita la spallata delle Destre. L’Election day blinda il Governo. La Lega continua a vaneggiare ipotizzando il voto anticipato. Ma il 3-3 alle Regionali e il Sì alla riforma lo allontana

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Non cambia nulla. Di parole ne sono state spese tante, forse anche troppe e si sono sprecate le previsioni di scenari apocalittici che si sarebbero abbattuti sul governo Conte che, stando alle solite Cassandre disfattiste, sarebbe stato “travolto da un insolito destino”, non nell’ “azzurro mare d’agosto” ma nelle urne settembrine. Urne che hanno decretato un Sì schiacciante al referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari e un sostanziale pareggio alla elezioni regionali, sull’ esito delle quali nelle ultime settimane sondaggisti, analisti e politologi vari si sono sbizzarriti nelle varie combinazioni possibili, in stile schedina del Totocalcio.

Tre a tre, quattro a due, cinque a uno (escludendo la Val d’Aosta dove non è prevista l’elezione diretta del governatore), pronostici a go go e scenari conseguenti, con gli occhi puntati in particolare su Puglia e Toscana, quest’ultima sorvegliata speciale non certo per la tenuta del governo piuttosto per la “tenuta” della segreteria di Zingaretti e della leadership di Salvini nella coalizione di centrodestra. Al Capitano è andata male anche stavolta, nonostante avesse puntato su una candidata spendibile – l’europarlamentare Susanna Ceccardi – e abbia condotto una campagna elettorale dai toni meno esasperati rispetto al suo solito. Dunque l’effetto Emilia Romagna non è stato scongiurato, il fortino rosso non è stato espugnato e la Lega, chiedendo elezioni subito in conseguenza della vittoria del Sì al referendum, non fa una bella figura cercando un appiglio laddove non esiste.

Non solo il risultato che conferma la riforma costituzionale blinda la maggioranza, visto che i principali partiti che sostengono il governo (Pd e ovviamente Movimento 5Stelle che ne hanno fatto da sempre un cavallo di battaglia) si erano schierati in questa direzione (Iv ha lasciato libertà di voto, pur avendo votato la riforma nell’ultimo passaggio parlamentare), ma la motivazione che il capogruppo del Carroccio alla Camera, Riccardo Molinari ha addotto, cioè che “la logica conseguenza è che si vada subito al voto per sperimentare le nuove istituzioni scelte dal popolo italiano, anche tenere altri tre anni un Parlamento non in è linea con la Costituzione” non tiene conto del fatto che le modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari – che i leghisti dovrebbero conoscere – all’ Art. 4. (Decorrenza delle disposizioni) prevedono proprio che le nuove disposizioni “si applicano a decorrere dalla data del primo scioglimento o della prima cessazione delle Camere successiva alla data di entrata in vigore della presente legge costituzionale e comunque non prima che siano decorsi sessanta giorni dalla predetta data di entrata in vigore”.

Proprio per evitare di rendere illegittimo l’attuale Parlamento. Ergo non regge neanche l’appunto – sostenuto dallo stesso Molinari e dal deputato Edoardo Rixi, che questo non possa eleggere il prossimo presidente della Repubblica. Di certo, in ogni caso, rimane il fatto che fino alla prossima primavera la legislatura non può subire nessuno scossone: occorrono infatti due mesi per la ridefinizione dei collegi a seguito del nuovo assetto del Parlamento )e va fatta una nuova legge elettorale); dopodiché si entra nel vivo della sessione di Bilancio e a gennaio la Commissione Ue vuole i progetti del Recovery Fund. Dunque, la prima possibile finestra elettorale si aprirebbe solo da febbraio e fino a fine luglio, quando scatterà il semestre bianco, periodo in cui non si possono sciogliere le Camere. Fine dei giochi.