Far west delle case editrici: “diventa scrittore pagando”. Per pubblicare un libro vengono richiesti contributi oltre i duemila euro

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di Nicoletta Appignani

Volete diventare scrittori? Con tanta pazienza e qualche migliaio di euro in tasca, potete realizzare il vostro sogno.
Questo l’annuncio dietro cui si celano molte case editrici che garantiscono la pubblicazione dei manoscritti in cambio di contributi. E per contributi si intende una somma che può superare anche i 2 mila euro a fronte dell’acquisto di un certo numero di copie da parte dell’autore: generalmente dalle 500 alle 1000. Soldi che per la casa editrice coprono le spese di stampa e che evitano ogni rischio.
La maggiore azienda in questo settore è il Gruppo Albatros, che nel 2011, nonostante il periodo di crisi economica, ha fatturato quasi 4 milioni di euro. Questo malgrado sui siti internet impazzino le critiche alla richiesta di soldi in cambio di pubblicazione. E specialmente nei confronti della casa editrice Albatros, una delle più care, considerando che non chiede il contributo per la semplice pubblicazione ma soprattutto per l’opera di promozione. Un’azienda, questa, finita tempo fa nel mirino del sito Writer’s Dream che la accusò di pubblicare qualsiasi manoscritto senza la minima selezione. La denuncia, infatti, arrivò in seguito a un contratto di pubblicazione per un manoscritto composto interamente da pagine di blog, Wikipedia e frasi assemblate senza alcun filo logico. Per il quale “l’autore” avrebbe dovuto pagare la bellezza di quasi 3 mila euro.

La giungla dell’editoria
Non è una novità, in fondo. Da sempre il mondo è pieno di persone che cullano il sogno di diventare autori di un best seller, e scelgono questo metodo – una scorciatoia secondo alcuni, una via obbligata per altri – per raggiungere la gloria della copertina rigida.
Sui siti internet si contano circa 90 case editrici a pagamento e un centinaio a doppio binario, ovvero quelle che a volte offrono contratti a pagamento, mentre in altre occasioni no.
Gli scrittori nel primo caso si chiamano APS, cioè Autori a Proprie Spese. L’acronimo si deve a Umberto Eco che lo citò nel suo romanzo “Il pendolo di Foucault”, per indicare quegli aspiranti romanzieri o poeti disposti a pagare pur di vedere pubblicata una propria opera, spesso incorrendo in raggiri o inganni rispetto alle effettive prestazioni ottenute.

Doppio giro d’affari
E infatti ci sono case editrici che chiedono contributi in modo onesto e ci sono quelle che raggirano, domandando per esempio contributi maggiori di quelli necessari a stampare le copie, in modo da intascare la rimanenza. Un altro metodo di fare business, insomma. Qualche centinaio di euro che moltiplicato per vari aspiranti scrittori si trasformano in un mercato piuttosto conveniente. A questo poi si aggiunge un altro fenomeno: l’Italia è il paese al mondo con più premi letterari, dei quali poco più di un ventesimo è composto da concorsi prestigiosi. Un terreno fertile per chi mira a guadagnare sulle tasse di lettura o sulle spese di segreteria richieste a chi invia il manoscritto. Cifre che possono variare tra i 5 e i 50 euro. Ma anche qui c’è l’inganno: perché può capitare che un partecipante riceva una lettera in cui gli si comunica che, pur non essendo il vincitore, l’opera è stata selezionata per essere pubblicata. A pagamento, ca va sans dire.

Gli onesti
Ci sono però siti internet, più noti e garantiti, nei quali è possibile autopubblicarsi. Uno di questi è Lulu.com un sito americano, che vanta milioni di utenti registrati e che consente di autopubblicare un libro, in formato cartaceo ed ebook.
E in questo caso, per chi pubblica il proprio manoscritto, c’è addirittura un guadagno: il 90% del ricavato per il formato cartaceo e l’80% per quello digitale.
In sostanza, la casa editrice trattiene una quota, è vero, ma il margine di profitto è chiaro e trasparente. A differenza di quanto talvolta capita da noi.

Internet è terra di nessuno. Ma non nelle aule di tribunale

di Vittoria Princi

Internet non è una terra di nessuno, la calunnia non è un venticello, chi insulta ne paga le conseguenze. Assunti chiari al limite dell’ovvietà. Eppure, se chi insulta rimane anonimo, paga il proprietario dello spazio virtuale su cui gli utenti vergano parole offensive.
Questa, pare, la morale della recente sentenza del tribunale di Varese che, il 22 febbraio, ha condannato la 21enne fondatrice di un forum online su libri ed editoria; il reato contestato, diffamazione non aggravata a mezzo stampa.

Gli editori
Il sito, Writer’s Dream, da anni porta avanti una campagna d’informazione contro gli editori a pagamento, accusati di lucrare sui sogni degli aspiranti scrittori facendo loro sborsare somme esorbitanti (un contratto a buon mercato sfora facilmente i 2000 euro) per stampare copie che ricevono una scarsissima cura editoriale, ancora più scarsa distribuzione e una pessima nomea presso gli addetti ai lavori delle librerie e delle case editrici non a pagamento, poiché l’unica condizione per la pubblicazione, prescindendo da qualsiasi discorso qualitativo, è che l’autore stacchi l’assegno.

La protesta sul forum
Con queste premesse, è facile immaginare come gli autori riuniti nel forum non si siano mai risparmiati termini come “cloaca editoriale”, “signori della truffa”, “strozzini” e “cosca mafiosa” di fronte ai casi peggiori, oltre a contribuire alla compilazione di liste di editori e concorsi letterari a pagamento, con relative testimonianze degli scrittori esordienti coinvolti. Alcuni di questi commenti, risalenti a un lasso di tempo tra il 2008 e il 2010, sono stati sufficientemente incendiari da indurre il tribunale ad accettare la querela sporta dalla responsabile di una di queste aziende editoriali; nei commenti sul forum, la querelante sarebbe stata definita, tra gli altri epiteti, “urticante peggio di una medusa” e “arpia” e fatta oggetto di fotomontaggi umilianti.

Cosa prevede la norma
Ma la questione è più complessa. Per quanto controllato da moderatori, il forum non è una testata giornalistica, pertanto è privo di un direttore responsabile ai sensi della legge sulla stampa del 1948; la giovane condannata, Ayame in rete, al secolo Linda Rando, era minorenne all’epoca dei fatti, il che, sempre secondo la legge, l’avrebbe comunque privata della possibilità di ricoprire il ruolo di direttore responsabile.

La sentenza
Dal testo della sentenza, non emerge chiaramente la distinzione tra l’omissione di vigilanza della giovane amministratrice e la responsabilità dell’utente che ha postato i commenti infamanti sul forum; il tribunale non ha neanche ritenuto necessario appurare l’identità di costui, benché sia teoricamente possibile a partire da una ricerca dell’indirizzo IP (il numero che identifica la connessione internet).
Linda Rando, nel frattempo, si prepara a ricorrere in appello e dichiara di non avere alcuna intenzione di abbandonare o chiudere il forum, che con i suoi quasi 4000 iscritti è uno dei principali luoghi virtuali d’incontro per gli appassionati di scrittura italiani.

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