Far West di camorra a Latina. Il Sud pontino è fuori controllo. In manette altri 19 tra capibastone e gregari. Al centro degli affari c’è sempre la droga

carabinieri
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Quando nel 2012 la Corte di Cassazione rese definitive le condanne per gli imputati nel processo denominato “Anni ‘90” si arrivò per la prima volta nel Lazio a una condanna definitiva per mafia. Venne stabilito che il livello delle infiltrazioni era superato e che vi era ormai un’associazione per delinquere di stampo mafioso nata e cresciuta sul territorio regionale. Un gruppo che per anni nel sud pontino aveva seminato il terrore, estorcendo denaro agli imprenditori e compiendo attentati nei confronti di chi non si piegava a quel sistema.

Appena usciti dal carcere quegli imputati le intimidazioni di quel tipo però sono riprese e i carabinieri di Latina hanno scoperto che i boss di un tempo erano tornati a colpire. Cinque anni di indagini sono culminate ieri in 19 arresti disposti dal gip del Tribunale di Roma, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia capitolina e nell’ambito di un’inchiesta che è ripartita dove si era fermata la prima, denominata dunque “Anni 2000”.

LA PIAGA. Anche in questo caso i militari dell’Arma si sono trovati a indagare su violenze e intimidazioni, compiute spesso con armi e bombe, ai danni di commercianti e imprenditori. La Dda non ha avuto dubbi: ad agire è stata un’associazione di stampo mafioso che nel sud pontino ha creato un clima di assoggettamento ed omertà tra la popolazione, messa su da quello che, nel precedente processo, era solo un soldato di mafia, Antonio Antinozzi. Ma non è tutto. Quest’ultimo avrebbe infatti costituito anche un’organizzazione criminale dedita al traffico di droga e una seconda organizzazione del genere sarebbe stata costituita da quello che negli anni ‘90 era il suo capo, Ettore Mendico.

Due gruppi che si sarebbero scissi per una donna, o meglio per una relazione sentimentale tra due loro parenti, criticata perché considerata una violazione del codice d’onore. Anche agli spacciatori sarebbe stato imposto il pizzo e le vittime del clan sarebbero state terrorizzate, al punto da cercare in ogni modo di evitare di presentare denunce anche quando veniva fatto il tiro a segno contro le loro aziende e le loro abitazioni. Un incubo quello vissuto dai cittadini di Castelforte e SS. Cosma e Damiano, due piccoli centri dell’area aurunca. E nell’inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto alla Dda di Roma Ilaria Calò, è stato scoperto anche un episodio del 2016 in un cui la nipote di Antinozzi viene chiamata in causa per risolvere una controversia tra i sostenitori di due fazioni politiche in corsa per l’elezione del sindaco di Minturno.

 

 

 

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di Gaetano Pedullà

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