Fca travolta di nuovo dal Dieselgate: perquisite sei sedi del gruppo. Sul caso indagano le Procure di Francoforte e Torino: l’ipotesi di reato è frode sulle emissioni inquinanti

di Davide Manlio Ruffolo
Cronaca

Dopo il caso Dieselgate che ha travolto la Volkswagen, rischia di scoppiarne uno analogo in casa Fca. Proprio ieri, infatti, il gruppo italo americano ha ricevuto la visita dei finanzieri che hanno bussato alla porta dello stabilimento di Mirafiori, agli uffici del Lingotto e perfino al centro ricerche Fca di Orbassano, nell’ambito di un’inchiesta sulle emissioni inquinanti dei veicoli diesel prodotti dal gruppo della famiglia Agnelli. Sul caso sono aperte due inchieste, una gestita dalla Procura di Francoforte e l’altra da quella di Torino, che ieri congiuntamente hanno dato mandato ai finanzieri di effettuare perquisizioni in 10 sedi tra Italia, Germania e Svizzera, compresi gli uffici di Cnh Industrial, ossia la controllata da Exor che produce motori per veicoli industriali e commerciali. Le acquisizioni hanno riguardato la documentazione sulla progettazione e sui test condotti su alcuni motori diesel. Nei due fascicoli, almeno per il momento, non risultano persone iscritte al registro degli indagati. Un’inchiesta che, subito dopo esser diventata di dominio pubblico, ha spinto la Commissione europea a bloccare la sua indagine sul progetto di fusione tra Fiat Chrysler Automobiles (Fca) e Peugeot Société Anonyme (Psa) nell’attesa di ricevere ulteriori informazioni da parte delle due aziende. Uno stop inatteso, giunto nel momento cruciale della trattativa tra i due gruppi, per il quale le due aziende fanno sapere che invieranno in tempi brevi quanto richiesto dal commissario europeo per la concorrenza, Margrethe Vestager, così che la questione potrà essere definita entro novembre.

NULLA DA NASCONDERE. Come già accaduto nello scandalo Volkswagen scoppiato negli Stati Uniti, anche per il gruppo Fca i magistrati sospettano una frode in commercio messa in atto grazie all’installazione, su alcuni modelli, di dispositivi non conformi alla regolamentazione europea. Software che sarebbero capaci di attivarsi in fase di collaudo riuscendo a tenere a bada, artificiosamente, le emissioni di inquinanti al fine di farle rientrare negli stringenti parametri europei, ciò in aperta violazione dell’articolo 5, paragrafo 2, del regolamento (CE) 715/2007. Così nel mirino dei pm sono finiti 5 motori diesel del gruppo Fca ossia quelli della cosiddetta “Famiglia B”, comprendenti i Multijet omologati Euro 5 e 6, utilizzati da Alfa Romeo, Fiat e Jeep, e dei propulsori “Light Duty / Heavy Duty” utilizzati da Fiat e Iveco. A confermare il blitz dei finanziari, scattato per effetto di una rogatoria chiesta dai magistrati tedeschi, è stata lo stesso gruppo Fca. L’azienda, come fa sapere un suo portavoce “si è subito messa a disposizione degli inquirenti e ha fornito ampia collaborazione negli accertamenti” pur convinta di non aver commesso alcun illecito. Una certezza granitica per la quale il gruppo “sta esaminando i relativi atti per potere chiarire ogni eventuale richiesta” da parte degli inquirenti. Stessa posizione espressa anche da Cnh industrial che si è detta sicura di poter spiegare ogni eventuale addebito.