FdI vuole riscrivere il Pnrr. Meloni ha già messo in allerta i mercati

I titoli di Stato italiani finiscono sotto quelli greci. La Meloni non si è ancora insediata e già mette in allerta i mercati.

Per quanto la vittoria del centrodestra fosse ampiamente prevista, l’idea di un prossimo governo Meloni spaventa i mercati. Anche ieri, e più del giorno prima, sono stati bersagliati i titoli di stato italiani con lo spread che ha sfondato la soglia dei 250 punti base (251) e il rendimento dei BTp italiani volati al nuovo record dal 2013 a quota 4,75%, non distante dal 4,72% dei bond greci. Un altro importante banco di prova per il governo in arrivo era rappresentato dalle aste di titoli di Stato e dal futuro del Pnrr.

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Ebbene il Tesoro ha collocato Btp short term e Btp indicizzati per un totale di 3,75 miliardi di euro e anche qui i rendimenti sono risultati in forte rialzo. Se il modello del resto cui intende ispirarsi Giorgia Meloni è quello di Budapest c’è poco da stare tranquilli. La banca centrale ungherese ha nuovamente alzato il tasso di interesse principale portandolo al 13%, nuovo livello record dal 2008, per contrastare l’inflazione e la svalutazione del fiorino.

Peraltro, nel giorno in cui la Commissione Ue annuncia l’approvazione ufficiale della seconda tranche da 21 miliardi nell’ambito del Piano nazionale di ripresa e resilienza dell’Italia (sono stati centrati tutti i 45 obiettivi previsti per il primo semestre dell’anno), di certo non contribuiscono a tranquillizzare i mercati le minacce che arrivano dai meloniani di voler rinegoziare lo stesso Piano. Da Francesco Lollobrigida al cofondatore di Fratelli d’Italia, Guido Crosetto, il refrain è sempre lo stesso: serve un altro Pnrr.

Ma al di là della considerazione che non tutti gli alleati di Giorgia Meloni sono d’accordo – secondo Forza Italia sul Pnrr non sono possibili rivoluzioni – l’Europa a piè sospinto mette in guardia il nostro Paese, o meglio il monito è rivolto a chi presto assumerà le redini del nuovo esecutivo, sulla necessità di rispettare gli impegni presi.

Il Pnrr per l’Italia rappresenta “un’opportunità unica per costruire un’economia più competitiva e sostenibile e una società più equa. Spetterà al prossimo governo italiano fare ogni sforzo per cogliere questa opportunità. È fondamentale onorare gli impegni rimanenti del Pnrr per realizzare il cambiamento strutturale necessario per indirizzare l’economia italiana su un percorso di crescita forte e duratura”, dichiara il commissario Ue per l’Economia, Paolo Gentiloni.

Qualche giorno prima era stata la Bce ad avvisare l’Italia. Per la banca centrale il debito record del nostro Paese andrà affrontato con gli investimenti e le riforme scritti nel Pnrr: “Vanno perseguiti con coerenza e implementati integralmente”. Non solo. La numero uno della Bce, Christine Lagarde, il giorno dopo le elezioni, ha spiegato che lo scudo anti-spread non è inteso per un paese specifico né è chiamato a coprire gli errori dei governi. E ha richiamato le quattro condizioni per l’adozione dello strumento: “La prima è il rispetto del quadro fiscale dell’Ue, la seconda è l’assenza di gravi disequilibri economici, la terza è la sostenibilità fiscale e la quarta è politiche macroeconomiche solide e sostenibili”.

Per non parlare delle minacce che sono arrivate direttamente dalla presidente della Commissione Ue. Se l’Italia non rispetterà lo stato di diritto e se non manterrà la linea sul contenimento del debito e del deficit, ha avvisato Ursula von der Leyen, allora addio agli stanziamenti che ci spettano. Fondi che fanno gola proprio ora che siamo in piena crisi energetica, tra inflazione alle stelle e lo spettro di un rallentamento generalizzato dell’economia che si abbatterà inevitabilmente anche sull’Italia. In ballo non ci sono solo quelli del Pnrr.

FdI, lo ha spiegato bene Crosetto, ha in mente due strade. La prima contempla la possibilità di modificare il Pnrr, in alternativa, qualora questa prima soluzione non fosse praticabile, la richiesta all’Europa sarebbe quella di utilizzare i miliardi di fondi europei non spesi della programmazione settennale o quelli nazionali aggiuntivi previsti per il Pnrr. Insomma tutte pretese che tengono alta l’allerta in Europa.

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