Fecondazione assistita, è ancora caos

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dalla Redazione

Ancora una denuncia per un presunto scambio di embrioni all’ospedale Pertini di Roma. Una coppia che si è sottoposta a fecondazione assistita avrebbe scoperto che il Dna del feto che la donna porta in grembo non è compatibile con il suo, nè con quello del marito. La notizia arriva a pochi mesi di distanza da quando  lo scorso aprile  una donna si trovò a portare in grembo due gemelli fecondati da un’altra coppia, sempre nello stesso ospedale romano. Ad seguito di ciò, l’ospedale fu letteramente tempestato da centinaia di chiamate di coppie che si erano sottoposte ai trattamenti per chiedere notizie, avere certezze che il figlio di cui erano in attesa fosse loro. E il centro di fertilità venne chiuso anche perchè emersero gravi imprecisioni nella metodologie usate per classificare le provette. Adesso spunta un presunto secondo errore. La coppia, che vive a Napoli, si è rivolta all’associazione Agitalia per chiedere un risarcimento danni in sede civile di un milione di euro.

“Abbiamo cercato di aver un figlio per dieci anni, ma ora siamo piombati in un incubo – ha raccontato il marito della donna, Giacomo G. al sito affaritaliani.it – Avevamo sentito parlare di quello che era accaduto all’ospedale Pertini ma non pensavamo potesse essere successo anche a noi. Invece…”. Invece a Giacomo e Maria in un giorno di maggio sarebbe stata consegnata una busta con la comunicazione shock.

Una coppia come tante, raccontano ancora, che alla soglia dei cinquanta disperava di poter diventare genitori: Giacomo 47 anni, funzionario postale, Maria di quattro anni più giovane, casalinga. Si sono sposati 10 anni fa. Religiosi, da sempre con il desiderio di avere un bambino, ma senza successo. I dubbi sulla fecondazione assistita e poi la decisione nel dicembre del 2013 di ricorrere all’aiuto della medicina. Il protocollo va a buon fine, l’inseminazione artificiale sembra apparentemente perfetta e dopo qualche giorno arriva la conferma che uno degli embrioni si è impiantato con successo nell’utero della moglie. Una gioia indescrivibile. Ma lo sgomento arriva qualche mese più tardi.

“Ci viene consigliato – racconta la coppia – di sottoporre il feto all’amniocentesi, data anche la nostra non più giovane età. E così, quasi per caso, scopriamo quello che qualsiasi genitore non avrebbe mai voluto scoprire. L’esito dell’esame diagnostico effettuato al San Camillo non evidenziava alcun tipo di malformazione, ma l’esame del liquido amniotico sottolineava un profilo genetico del feto non compatibile con quello della madre. In poche parole, era certo che l’embrione impiantato non era quello frutto della fecondazione dell’ovulo di mia moglie. I medici ci hanno messo davanti ad una scelta – ha continuato Giacomo – avevamo sette giorni di tempo per decidere se tenere quella che avevamo scoperto essere una bambina, oppure effettuare un aborto terapeutico. Ma abortire ci è sembrato un delitto a tutti gli effetti. Non ci importa di sapere chi siano i genitori, ora mia moglie è al sesto mese e anche se a maggio abbiamo scoperto che il profilo genetico della nostra bimba non corrisponde né al mio né a quello di mia moglie la nostra bambina avrà un padre e una madre che si prenderanno cura di lei”.

Il primo a diffondere la notizia di questo nuovo clamoroso caso di scambio di provette al Pertini è stato il sito affaritaliani.it. “Avendo letto cose era successo al Pertini abbiamo subito pensato a noi, a un possibile scambio di embrioni, anche se c’è stato anche un momento di crisi all’interno della nostra coppia: per un attino ho pensato che mia moglie mi avesse tradito”, ha poi raccontato Giacomo G. all’Adnkronos Salute, a cui ha mostrato i referti degli esami eseguiti che confermano la non corrispondenza del profilo genetico del feto con quello materno. Ora la coppia si è rivolta all’associazione, Agitalia, per ottenere il risarcimento dei danni morali, patrimoniali e biologici per il presumibile “scambio di provette”. “Sul punto la Corte di Cassazione è abbastanza chiara – evidenzia Agitalia – con diverse pronunce di legittimità che hanno stabilito l’obbligo per la struttura nosocomiale dove si è verificato l’errore diagnostico/medico/clinico in solido con la Asl competente territorialmente e il ministero della Salute di risarcire tutti i danni causati alla coppia genitoriale per eventi negativi legati alla condizione del nascituro. In tal senso abbiamo già predisposto una richiesta risarcitoria di un milione di euro nei confronti dell’ospedale Sandro Pertini, della Asl Rm/B e del ministero della Salute”.

La coppia non è ancora stata richiamata dal Pertini per i controlli avviati su tutti i pazienti che si erano rivolti al centro di Procreazione medicalmente assistita nei giorni individuati come quelli in cui si è verificato l’errore. “Presumibilmente – sottolinea l’avvocato Marianna Contei – saremo chiamati nei prossimi giorni per una nuova tranche di controlli. Per la causa vorremmo agire sia sul piano civile che penale (….) Ci sono ancora da fare accertamenti medico-legali, che andranno eseguiti anche dopo la nascita bambina”. Il direttore generale dell’ospedale Pertini, Vitaliano De Salazar, sta verificando la situazione, perché al momento non risulta nessuna denuncia.

La bimba si chiamerà ‘Francesca’. “Siamo profondamente cattolici, immagini solo con quale sforzo morale abbiamo deciso di affidarci all’inseminazione artificiale, eravamo quasi rassegnati – ha concluso Giacomo – E ora questa bambina, non potevamo che darle lo stesso nome del nostro Papa. Siamo stati da più di un ginecologo e tutti ci hanno confermato che il profilo cromosomico della bambina non corrisponde a nessuno dei due, quindi è matematicamente provato che non è figlia né mia né di mia moglie. Ma la bambina la vogliamo tenere: all’inizio io ero titubante, ma mia moglie ha detto che sentiva il battito del suo cuore, non ce la siamo sentita di agire altrimenti, anche se

teoricamente avremmo potuto procedere con l’aborto per motivi ‘terapeutici’. Noi non ne facciamo una questione di soldi, se otterremo il risarcimento li doneremo ad associazioni benefiche. Abbiamo il nostro lavoro e ci basta. Ma abbiamo passato dei giorni di inferno e vogliamo giustizia”.

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di Gaetano Pedullà

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