Il fedele Sisto, l’avvocato delle leggi pro domo Silvio. Siede al tavolo interministeriale per riformare il processo ma intanto tifa per il referendum di Salvini & C.

FRANCESCO PAOLO SISTO
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L’avvocato Francesco Paolo Sisto è un nome che si ricorda perché è simile a quello del Papa Paolo VI, ma le similitudini si fermano qui. Il motivo per cui molti lo conoscono è per essere un avvocato di Berlusconi oltre che parlamentare e sottosegretario alla Giustizia. Nel 2013 appoggiò il sit-in sotto il Palazzo di Giustizia di Milano contro una supposta persecuzione dei magistrati nei confronti dell’ex Cavaliere. Di Berlusconi ha condiviso e condivide tutto, soprattutto si dimostrò un sostenitore delle cosiddette leggi ad personam.

Il suo rapporto con la magistratura è molto difficile ed è fatto di contrapposizioni memorabili come quando si discute di intercettazioni e vuole vietare ogni forma di pubblicità lasciando così a secco i giornalisti e l’opinione pubblica. Invece il suo rapporto con i ministri della Giustizia è altalenante. Ad esempio, è stato pessimo con Alfonso Bonafede (M5S) da cui lo divide tutto a cominciare dalla sua riforma della prescrizione che Sisto ritiene in fondamentale contrasto con l’articolo 3 della Costituzione.

Viceversa, con la nuova ministra Marta Cartabia pare esserci un ottimo feeling fatto anche di quella galanteria da vecchio uomo del Sud che comunque infarcisce le sue gesta nei confronti del gentil sesso. La ministra l’ha anche chiamato a partecipare alla “commissione Lattanzi” voluta dal ministro per le possibili modifiche al ddl penale. Qualche tempo fa l’avvocato Sisto ebbe a dire producendosi in un più che azzardato paragone che ha strappato qualche sorriso: “Ieri con le consultazioni è stata una festa con il presidente Berlusconi. Per noi è come se fosse Fidel Castro, è il Lider Maximo in assoluto. Si è rivelato uno statista vero soprattutto nell’ultimo periodo”.

Per lui i Cinque Stelle sono dei pericolosi Torquemada e si può capire che il suo rapporto con l’ala definita giustizialista della magistratura, tipo Piercamillo Davigo per intenderci, non sia stato affatto buono. Tra loro corre un oceano di differenze che trovano fondamenta in una visione del tutto diversa, anzi opposta, della vita e del comportamento. Da una parte la bussola dell’etica che si fa moralità ed è scandita dal valore supremo della legge, dall’altra una visione edonistica legata ai valori del successo imprenditoriale e del denaro. Quanto detto può far capire meglio una sua esternazione che ha fatto ieri e cioè che è giusto appoggiare il referendum sulla Giustizia voluto dalla Lega di Salvini insieme ai Radicali.

Tuttavia, Sisto aveva anche mostrato di voler dialogare sedendosi ad un tavolo di trattativa sulla riforma che il ministro Cartabia sta facendo partire. Questa volontà di dialogo cozza però con la sua presa di posizione sul referendum. Come ci si può sedere ad un tavolo brandendo tale clava referendaria? Pare una vera forma di provocazione preventiva. Farlo dall’inizio vuol dire infatti compromettere l’intero processo negoziale. Se il suo intento – come appariva da dichiarazioni concilianti: “non voglio più litigare sulla Giustizia” – è quello di trattare ed ascoltare chi non la pensa come lui, anzi all’opposto, l’appoggio non appare davvero il miglior viatico. Oltretutto, ponendosi in una ottica totalmente garantista attira su di sé nuovamente critiche sul suo ruolo istituzionale di sottosegretario alla Giustizia designato direttamente da Silvio Berlusconi.