Figliuolo fa incetta di monoclonali. Fuori tempo massimo. Gli anticorpi superati dalla pillola Paxlovid. Così si rischia di buttare milioni

Figliuolo fa incetta di monoclonali. Fuori tempo massimo
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L’Italia secondo quanto affermato dal generale Francesco Paolo Figliuolo ha acquistato 60mila nuovi trattamenti di farmaci monoclonali, nonostante il loro scarso utilizzo. Nel dettaglio si è in attesa di 40mila trattamenti del Sotrovimab di Gsk e di 20mila trattamenti di Astrazeneca (Evusheld). Il Governo si dall’inizio della pandemia ha investito diversi milioni di euro per i monoclonali ma il loro impiego non è stato quello atteso e non è escluso che i problemi di scadenza incidano ulteriormente su questo.

CUI PRODEST? Cosa ne è stato dei 60mila trattamenti che ad ottobre 2021 erano in scadenza nella farmacie ospedaliere regionali? E perché nonostante le rimanenze continuano ad essere acquistati? Un problema che sarà ancora più evidente con l’arrivo della nuova pillola Pfizer che renderà il trattamento con i monoclonali quasi certamente superato. Peraltro, i monoclonali hanno dimostrato una bassa efficacia sulle varianti. Il trattamento con i monoclonali costa circa 1.200 euro e quello Paxlovid intorno ai 700.

Infine nemmeno durante la quarta ondata con una media di 350 decessi al giorno si è verificato un importante aumento del loro utilizzo perché purtroppo c’è una grossa disparità di radicamento di questa terapia tra i medici di medicina generale. I monoclonali vanno somministrati all’inizio della malattia e non c’è una continuità assistenziale tra territorio e ospedale. In pratica se il medico di medicina generale non segnala il soggetto infetto in tempo a ridosso del tampone positivo e dei sintomi: i monoclonali non servono a nulla e così è stato.

“Sin dall’inizio della pandemia è apparso chiaro ai più che gli anticorpi monoclonali antivirali, potenzialmente armi di grande valore terapeutico, avevano problemi molto importanti, primo tra i quali la loro sensibilità alle varianti. In molti ricordano la polemica imbastita lo scorso anno che precedette l’autorizzazione d’emergenza per il prodotto denominato bamlanivimab. Ebbene, ne sono state usate in Italia meno di 900 dosi, essendo stato ritirato per inefficacia appena poche settimane dopo”, spiega a La Notizia il chimico farmaceutico dell’Universita di Parma, Gabriele Costantino.

RISCHIO SPRECHI. Che aggiunge: “Anche le successive combinazioni hanno subito, in tempi diversi, lo stesso destino, e ad oggi solo l’anticorpo della Gsk/Vir mantiene una certa attività contro la variante Omicron. Nel frattempo, sta arrivando in Italia Paxlovid, un trattamento orale che mantiene attività contro le varianti. Procedere ulteriormente all’acquisto (stockpiling) di anticorpi monoclonali dovrebbe a mio parere esser attentamente valutato tra la necessità di avere possibili trattamenti di emergenza e dall’altra non sprecare risorse pubbliche. Ricordiamo che sono state acquistate, nei mesi scorsi, centinaia di migliaia di trattamenti che non sono stati usati e che sono ormai in scadenza”.

Ma quando vanno usati i monoclonali e la pillola anticovid? “I monoclonali vanno usati quando si ha là certezza della variante che ha infettato e la mancanza di risposta anticorpale autonoma. La pillola si può usare anche quando non sappiamo queste cose, quindi è più versatile. Inoltre le pillole hanno un utilizzo più facile perché vengono prescritte dagli infettivologi, si ritirano in ospedale e si usano a casa, mentre per i monoclonali si deve in andare in ospedale per almeno due/tre ore.

Sicuramente la disponibilità di farmaci impiegabili a domicilio per via orale renderà l’impiego degli attuali anticorpi monoclonali meno probabile. Questo potrebbe far sì che poi si debba correre ai ripari donando i monoclonali come è stato fatto con il vaccino Johnson&Johnson per non sprecarli”.