Finanziamento pubblico ai partiti, ancora melina

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di Fabrizio Gentile

Nessuna certezza sul ritorno in aula la prossima settimana alla Camera del ddl sui tagli al finanziamento pubblico dei partiti. Dopo un lungo confronto protrattosi per oltre due ore, la conferenza dei capigruppo ha stabilito ieri di inserire il provvedimento nel calendario dei lavori d’aula di martedì 17 settembre, sempre che la commissione Affari Costituzionali restituisca il testo all’aula. Il ddl, infatti, è stato rinviato oggi in commissione dal voto dell’aula. Lasciando la riunione, che era stata convocata alle 17, il presidente del gruppo Misto, Pino Pisicchio, ha spiegato che, è stato sostanzialmente confermato il calendario dei lavori, stabilito in precedenza e che martedì 17 la capigruppo verrà riconvocata “per verificare cosa non è stato esaurito in questa settimana e cosa andrà fatto nella prossima”.
Inciampa così di nuovo il percorso dell’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. E torna la tensione – se mai se fosse andata – tra Pd e Pdl sulle modifiche da apportare al testo varato dal governo. Al voto si dovrà però arrivare. Il ddl, ha avvertito giorni fa il premier Enrico Letta, deve essere approvato “entro l’autunno” perché l’impegno con i cittadini va mantenuto. In caso di stallo il governo sarebbe pronto anche, confermano fonti di Palazzo Chigi, a porre la fiducia su un emendamento che recepisca il testo originario varato dall’esecutivo. Ferma restando l’ipotesi ultima di varare un decreto, ‘minacciato’ più volte da Letta. “O i gruppi di maggioranza concordano tra di loro emendamenti condivisi o il governo si augura che il suo testo resti immodificato”, dice il ministro Gaetano Quagliariello. Ma i dem non ci stanno: se manca l’accordo, sono determinati ad andare al voto sui loro emendamenti in Aula. E far passare il tetto di 100.000 euro ai contributi dei privati, cui il Pdl si oppone. “Restituite il malloppo ai cittadini!”, urlano Grillo e i suoi. Il grillino Fraccaro accusa Letta di mentire sulla volontà di agire. “Su questa legge – dicono i 5 Stelle – si riversano le tensioni della maggioranza sulla decadenza di Berlusconi”. Illazioni, forse. Ma la tensione è reale. Tanto che dal Pdl Francesco Paolo Sisto, al momento relatore del provvedimento, punta il dito contro le divisioni interne al Pd, come causa del rinvio in commissione. Parole “prive di fondamento”, replica il capogruppo Pd Emanuele Fiano, dal momento che il rinvio è decisione “unanime” della maggioranza, esposta dallo stesso Sisto in Aula.