Finti sampietrini e autentici inganni. La polemica sulla pavimentazione della Capitale. Più preconcetti che storia

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

Ciclicamente a Roma risorge la polemica sul sanpietrino: da una parte chi inveisce contro una pavimentazione stradale poco pratica, che diventa liscia come solo la selce può esserlo quando piove e che tramuta l’esperienza di Piazza Venezia in un rally, dall’altra chi grida al sacrilegio per la rimozione del selciato storico di Roma. Storico?

Storico sicuramente, ma di ieri, rispetto ai secoli di vita della città, e non parliamo della Roma antica, ma di quella moderna. L’attuale quadrato in selce è infatti frutto dei lavori della Roma napoleonica e di una lenta sostituzione ottocentesca che avrà il suo punto di acme sotto Pio IX e poi con i Savoia, abbastanza dissimile dal sampietrino originale, la piccola pietra a forma di tronco di piramide che Bernini propone nel 1667 per Piazza San Pietro – da cui il nome – e che andrà a coprire tutta la piazza a fasi alterne fino al 1710 per poi lastricarla definitivamente nel 1725 su impulso di Ludovico Sergardi. Questo, che è il sampietrino originale, verrà esteso nel XIX secolo e ancora oggi resiste in alcune parti della città, mostrando la differenza sia estetica che funzionale con quello che impropriamente viene chiamato come tale. Se poi si vuole far riferimento alla “storia” di Roma, basti pensare che la selciatura – che si diffonde dal Quattrocento in poi, in quanto prima le strade sono in terra battuta – verrà fatta in maniere diverse a seconda dei casi, passando da miscele che possono ricordare la malta a lastre grandi (famose quelle di 50 cm suggerite da Leon Battista Alberti) fino alla lastricatura più nobile data in molte parti della città, il mattonato in cotto a spiga di pesce. Addirittura nel 1565 Pio IV imporrà questo, vietando il rivestimento in selce (l’antenato del sampietrino) ritenuto scivoloso e pericoloso. Insomma, Roma era un insieme di tecniche di pavimentazione dove venivano previste lastricature diverse con pietre multicolori, piccole o grandi, ma con un comune denominatore: la sicurezza e la comodità. Da Leon Battista Alberti a Palladio, da Bernini a Piranesi, tutti hanno presente la praticità delle strade prima della bellezza estetica.

La FORZATURA
Facciamo allora attenzione a difendere a spada tratta questi che chiamiamo in maniera impropria “sampietrini”. Essi sono una immagine tipica ma “forzata” come lo era il rosso umbertino dato al centro storico, anch’esso difeso a spada tratta negli anni passati come “tipico”. Ben venga valorizzare il sampietrino, ma quello vero, riproponendolo, formando maestranze capaci di produrlo e porlo in opera, e ben venga renderlo oggetto caratteristico di Roma e proporlo come made in Roma. Ma impariamo da chi ci ha preceduto, non andando ad attaccare altre tecniche accusandole di modernità (i lastroni “moderni” sono del Quattrocento e l’asfalto “moderno” è più vecchio di Roma Capitale essendo stato inaugurato il 29 Luglio 1870) e studiamo Roma caso per caso come è stato compiuto da tutti coloro che umilmente si sono posti a valorizzarla, da secoli a questa parte.