Contratto di ricollocazione flop. I Migliori steccano pure sul lavoro. La misura doveva rilanciare l’occupazione post Covid. Ma ha prodotto in tutto meno di cinquemila posti

lavoro Orlando
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È stato un flop annunciato il contratto di ricollocazione lanciato dal governo Draghi, con la firma del ministro del Lavoro, Andrea Orlando (nella foto). La misura temporanea, che concedeva alle imprese un massimo di sgravio fino a 6mila euro, è andata ben al di sotto delle aspettative. E non ha affatto rilanciato l’occupazione nella prima fase di riaperture post Covid-19 come pretendeva.

A certificare il fallimento sono i numeri contenuti in una risposta all’interrogazione, presentata in commissione alla Camera, dal deputato del Movimento 5 Stelle, Niccolò Invidia. Il provvedimento ha favorito alla sottoscrizione di 4.073 contratti, mentre “ulteriori 600 domande in corso di elaborazione da parte dell’Inps”, ha fatto sapere la sottosegretaria al Lavoro, Tiziana Nisini. In totale, se tutte le richieste sotto esame dovessero essere accolte, la misura riguarderebbe 4.700 disoccupati, in totale meno di 5mila lavoratori.

Non proprio una leggendaria spinta al mercato del lavoro: l’ennesima conferma che sulle politiche attive anche i “migliori” sono in affanno. E adesso, peraltro, il contratto di ricollocazione non può dispiegare altri effetti. Il motivo? È stata pensata come una misura straordinaria, in risposta alla crisi innescata dalla pandemia, e aveva una tempistica definita, riguardando i contratti sottoscritti nel quadrimestre incluso tra l’1 luglio al 31 ottobre.

Facendo due conti, la formula di Orlando ha ricollocato in media poco più di mille disoccupati al mese. E dire che il decreto Sostegni bis, risalente a luglio scorso, aveva previsto una spesa di 500 milioni di euro solo nel 2021, più altri 292 milioni messi in bilancio per l’anno successivo, senza prevedere eventuali ritocchi al rialzo. Questo conferma che l’attesa, intorno al provvedimento, era decisamente diversa.

Le ragioni del flop risiedono in gran parte nei vincoli erano troppo stringenti. La misura, come spiega la circolare dell’Inps, prevedeva “un esonero per i datori di lavoro privati, con esclusione del settore agricolo e del lavoro domestico” che assumevano “lavoratori con il contratto di rioccupazione”. Lo sgravio era “riconosciuto per un periodo massimo di sei mesi, pari al 100% dei complessivi contributi previdenziali a carico dei datori di lavoro, con esclusione dei premi e contributi dovuti all’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro (Inail), nel limite massimo di importo pari a 6mila euro su base annua, riparametrato e applicato su base mensile”.

Un paletto che ha sicuramente pesato è stata l’impossibilità di trasformare a tempo indeterminato un rapporto già in corso con altre modalità contrattuali. “Nelle ipotesi di trasformazioni di contratti, infatti, il lavoratore non sarebbe titolare del requisito fondante il contratto di rioccupazione, consistente nello stato di disoccupazione al momento dell’instaurazione del rapporto di lavoro”, sottolinea il documento dell’Inps. E c’è di più.

L’interrogazione presentata alla Camera da Invidia ha spiegato anche che “la peculiarità consiste nel collegamento del contratto di rioccupazione ad un periodo di formazione-inserimento del lavoratore, della durata di sei mesi”. Inoltre, si legge nell’atto, “l’azienda, assieme al lavoratore, deve predisporre un progetto individuale di formazione e inserimento finalizzato all’adeguamento delle competenze professionali”. Tutto bello, in teoria. Peccato la storia sia stata tutt’altra.

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