Fondi al cinema: Aldrovandi, Regeni e i finanziamenti negati. Il sistema del Mic spiegato dalla lista dei promossi

Commissione cinema, fondi ai biopic su D'Alessio. Il sistema del MIC spiegato dal caso Aldrovandi. E da Cannes

Fondi al cinema: Aldrovandi, Regeni e i finanziamenti negati. Il sistema del Mic spiegato dalla lista dei promossi

Per vent’anni la destra italiana ha combattuto quella che chiamava egemonia culturale della sinistra. Ora che il Ministero della Cultura è suo, i fondi al cinema aiutano a capire meglio cosa intendesse: un biopic su Gigi D’Alessio finanziato con 1 milione di euro di denaro pubblico, e un film su un ragazzo ucciso dalla polizia rimasto senza un centesimo.

Il caso di Giulio Regeni è già noto: il documentario Giulio Regeni – Tutto il male del mondo di Simone Manetti, premiato col Nastro della Legalità 2026 e proiettato in 76 atenei, bocciato per due anni di fila dalla commissione del Ministero della Cultura (Mic). Ma il caso che racconta meglio il sistema è un altro, e rischia di sparire nel rumore.

Il caso che disturba di più

Aldro Vive è un film di Manuel Benati, 25 anni, diplomato alla scuola di cinema Florestano Vancini di Ferrara. Racconta Federico Aldrovandi, trovato morto il 25 settembre 2005 in via Ippodromo, a Ferrara: polsi ammanettati dietro la schiena, due manganelli spezzati accanto al corpo. Quattro agenti della Polizia di Stato condannati per omicidio colposo a tre anni e sei mesi, pena ridotta a sei con l’indulto. Sentenza definitiva della Cassazione nel 2012. Anche questo film: fondi negati.

Patrizia Moretti, madre di Federico, ha detto all’Ansa: «Siamo alle solite. Di questi temi non si doveva parlare. C’era una strategia di insabbiamento e si va avanti così.»

Aldrovandi disturba più di Regeni, dal punto di vista del potere. Regeni è stato ucciso da uno Stato straniero, e il governo può sempre appellarsi alla diplomazia, ai rapporti bilaterali, alla complessità internazionale. Aldrovandi è stato ucciso da agenti italiani, con una sentenza italiana passata in giudicato. Un film su quella storia non chiede giustizia a qualcun altro: la chiede allo Stato italiano direttamente.

Il meccanismo

La questione non è solo quali film vengono esclusi. È come funziona il sistema che decide. Attualmente operano due commissioni distinte: una per la Produzione (15 membri) e una per la Promozione (12 membri) i cui componenti vengono nominati per decreto dal ministro della Cultura. I commissari chiamati a valutare i progetti cinematografici vengono nominati dal ministro tra profili di comprovata esperienza nel settore della produzione cinematografica ed audiovisiva.

Alla Camera, l’8 aprile, il ministro Alessandro Giuli (FdI) ha detto di non condividere le bocciature “né sul piano ideale né su quello morale”, precisando che il Ministero non può intervenire per legge. Ha poi evitato i cronisti fuori dall’aula. La composizione della commissione che ha bocciato il documentario su Regeni includeva, tra i cinque membri della sottocommissione competente, l’ex deputata della Lega Benedetta Fiorini (appena nominata nel Cda di Eni). Tre componenti della commissione si sono dimessi: Paolo Mereghetti, Massimo Galimberti e Ginella Vocca, quest’ultima scrivendo di essersi “fermamente opposta” alle bocciature nelle riunioni. Il Mic ha annunciato un decreto per riformare le regole di nomina. Vedremo.

Intanto la lista pubblica dei film ammessi nella stessa sessione mostra: il biopic su Gigi D’Alessio (1 milione), il film di Pier Francesco Pingitore su Tony Pappalardo (800.000 euro), Il tempo delle mele cotte (400.000). L’egemonia culturale della destra, in pratica, assomiglia molto all’intrattenimento che la sinistra ha sempre prodotto.

E il risultato oggettivo è la 79esima edizione del Festival di Cannes, annunciata il 9 aprile: zero italiani in concorso. L’ultima volta era accaduto nove anni fa. Sul cartellone ci sono Almodóvar, Kore-eda, Mungiu, Hamaguchi, Nemes. L’Italia non arriva alla Croisette. La Croisette se n’è accorta prima di noi.