Garante inutile e leggi al palo. L’Italia è ostaggio dello sciopero. Oggi nuovo stop del trasporto pubblico locale, ma non c’è verso di mettere mano alle regole

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Un’altra giornata nera. L’ennesima. Per oggi infatti è previsto uno sciopero nazionale del trasporto pubblico locale, il secondo nell’arco delle ultime tre settimane dopo quello di venerdì 16 giugno. Stavolta l’hanno proclamato tre sigle, Faisa Confail, Usb e Sul e durerà quasi ovunque 24 ore con variazioni da città a città. A Roma, tanto per rendere bene l’idea del caos che aspetta i malcapitati viaggiatori, i lavoratori dell’Usb incroceranno le braccia dalle 8.30 alle 12.30, quelli della Faisa dalle 11 alle 15 mentre quelli del Sul per tutte le 24 ore. Motivo della protesta? La privatizzazione delle aziende che si occupano del trasporto pubblico locale e la riorganizzazione del settore tramite fusioni e liquidazioni. Qui però a ben guardare il problema è un altro: nel Belpaese un diritto costituzionalmente garantito si trasforma troppo spesso in una vacanza “travestita”.

Tutte chiacchiere – Perché stavolta è stato scelto il giovedì, ma di norma il giorno preferito è – guarda caso – quello successivo, il venerdì. Sarà un caso se l’Italia detiene il record di scioperi nei servizi pubblici? Ovviamente no. In questo balletto infernale, a nulla sembrano essere serviti i moniti del ministro dei Trasporti, Graziano Delrio, per il quale “bisogna evitare che una minoranza tenga in ostaggio una maggioranza dei cittadini”, e del Garante degli Scioperi, figura ritenuta da certe sigle sindacali (le stesse favorevoli al mantenimento dello status quo) “un ente inutile” che “va abolito”. Il 22 giugno Giuseppe Santoro Passarelli, numero uno dell’Authority, ha affermato che i tempi per una nuova regolamentazione degli scioperi nei servizi pubblici essenziali basata sulla rappresentatività dei sindacati “sono maturi”. Tutto molto interessante. Ma poi, come per molte altre questioni impellenti (vedere per credere l’iter del ddl Concorrenza), in Parlamento è in corso una stucchevole melina. Di disegni di legge depositati a Palazzo Madama ce ne sono addirittura tre: tutti inesorabilmente fermi al palo. 

Aspetta e spera – Il primo porta la firma del presidente della commissione Lavoro, l’ex ministro Maurizio Sacconi, il secondo di Pietro Ichino (Pd) e il terzo, infine, di Aldo Di Biagio (Ap). Per tutti l’imperativo è cambiare l’andazzo ma poi, sul piano pratico, siamo fermi alle dichiarazioni d’intenti. Che sull’argomento in questione le Camere non abbiano fretta lo dimostra il fatto che ieri lo stesso Sacconi ha annunciato che le commissioni Lavoro e Affari costituzionali del Senato si riuniranno in una nuova seduta congiunta solo il prossimo 19 luglio, cioè fra due settimane e a ridosso della pausa estiva. Anche per Ichino serve una norma contro la dittatura delle minoranze. “Logica vuole – ha chiarito il giuslavorista – che la decisione grave dello sciopero sia presa a maggioranza, o quanto meno con il consenso di una minoranza qualificata attraverso lo strumento del referendum”, peraltro già previsto in Germania, Spagna, Regno Unito e Grecia. Da noi, invece, siamo ancora all’“aspetta e spera”.

Twitter: @GiorgioVelardi

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