Gentiloni incassa la fiducia anche al Senato: 169 i voti favorevoli, 99 contrari. Le opposizioni pronte alle barricate

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Quando si dice un governo fotocopia. Paolo Gentiloni la sfanga anche al Senato con 169 voti favorevoli, 99 voti contrari e zero astenuti. Ironia della sorte, anche il governo di Matteo Renzi alla prima prova di fiducia (nella nella notte tra il 24 e il 25 febbraio del 2014) a Palazzo Madama ottenne lo stesso numero di voti favorevoli. Ma i numeri ballerini di Palazzo Madama non permetteranno al nuovo Esecutivo di dormire sonni tranquilli. La traversata, breve o lunga che sarà, prima delle nuove elezioni non si rivelerà semplice. Soprattutto se i verdiniani si defileranno come è accaduto ieri. Ben 17 dei 18 senatori di Ala (in dissenso dal gruppo solo il senatore Amoruso che ha partecipato alle votazioni e ha votano no), dopo ore travagliate di riunione mattutina, infatti, hanno deciso di seguire lo stesso canovaccio della Camera, attestandosi sulla linea del non voto.

La vera accozzaglia – Tirando le somme, salvatori della patria, questa sì la vera accozzaglia, sono stati in tutto 13 (senza contare il voto favorevole dei due sottosegretari) provenienti dalle fila del Misto e di Gal. Una fotografia che in prospettiva non fa ben sperare: in pratica ieri è stato legittimato un Governo che sarà esposto pure ai raffreddori e in generale  ai malanni di stagione. Tornando al voto di fiducia, anche la Lega ha seguito la stessa linea di non voto, già tracciata dai deputati del Carroccio il giorno prima. Solo il Movimento Cinque Stelle ha cambiato strategia in corsa e, quindi, alla fine, per la seconda chiama, ha abbandonato l’Aventino per votare no alla fiducia. Comunque, in un Senato appena resuscitato dall’esito referendario del 4 dicembre scorso, per contrappasso, erano pochi i senatori presenti. La pattuglia più cospicua,  ça va sans dire, è stata quella dem (112 senatori). Per il resto un’Aula semideserta, con scranni vuoti ha accolto il neo premier. Un po’ come era successo il giorno prima alla Camera. Gentiloni ha fatto il suo discorso quasi in solitudine. In mattinata, infatti, insieme ai leghisti pure i pentastellati avevano abbandonato i lavori, con i secondi che in segno di protesta avevano lasciato su ciascuna delle loro 35 postazioni una copia della Costituzione. Persino la pattuglia di ministri a sostegno dell’inquilino di Palazzo Chigi è stata sparuta. A spalleggiarlo c’erano solo Marianna Madia, Roberta Pinotti, Claudio De Vincenti, Gian Luca Galletti ed Enrico Costa. Nelle due giornate quasi fotocopia per incassare la fiducia, c’è da registrare come il neo inquilino di Palazzo Chigi si sia dilungato un po’ di più nel suo discorso, arrivando a circa 20 minuti d’intervento.

Tutto vuoto – Nella calma piatta di Palazzo Madama sono risuonate parole come responsabilità e impegni, dal tema del lavoro a quello urgente della legge elettorale: “Non siamo innamorati della continuità, avevamo chiesto una maggiore convergenza, ma dalle forze politiche c’è stata indisponibilità – ha detto –  La presa d’atto di questa situazione ha spinto le forze che compongono la maggioranza a formare questo governo. Per responsabilità” Secondo Gentiloni, infatti, “Sarebbe stato più utile sottrarsi a questa responsabilità, ma il segno del governo è farsi carico di questa situazione”. Poi il passaggio sugli impegni “ sui quali il governo è al lavoro”, dal sistema bancario all’emergenza terremoto. Sulla durata del suo esecutivo, infine,  Gentiloni ha ribadito quanto già espresso a Montecitorio: “E’ stabilita dalla Costituzione, ma certo solleciteremo la nuova legge elettorale, a prescindere da quanto durerà l’Esecutivo, è urgente avere regole chiare che consentano di votare per Camera e Senato in modo armonico”. La linea della prudenza, insomma. D’altronde, proprio al Senato, vero terno al lotto per tutte le votazioni e a maggior ragione per quelle che attenderanno il suo traballante esecutivo, non ci si poteva mica aspettare una linea diversa.