Giornali, clave del potere con i conti in rosso

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di Sergio Patti

Ricavi in picchiata, costi alle stelle e utili inesistenti. Sono tempi difficili per i grandi giornali italiani, pieni zeppi di commenti, editoriali, opinioni e “pizzini” per i Palazzi della politica. Tutti uguali, con le stesse notizie, gli stessi titoli, e tutti in crisi. Di pubblicare notizie proprie, inchieste, voci del Paese reale non se ne parla. Non fosse mai che queste voci disturbino il manovratore. Così in Italia viviamo anomalie senza paragoni al mondo. Ricordate, ad esempio, come la stampa era tutta allineata nel glorificare un premier come Mario Monti? Caduto elettoralmente e soprattutto uscito dalle grazie del Quirinale, il professore è finito nel dimenticatoio o addirittura aspramente criticato da quegli stessi giornali che ne avevano fatto un santo. È saltata una sola poltrona dei direttori che “spingevano” Monti? No, sono rimasti tutti al loro posto, nonostante sia facile coniugare la bocciature dei lettori con quella degli elettori.

Schiaffo a chi legge
Ma conti drammatici a parte, agli editori interessa poco di cosa pensano e cosa vogliono quegli italiani – sempre di meno – che acquistano ogni giorno una copia di giornale in edicola o sulla rete. Con costi cresciuti a dismisura quando si vendevano molti più quotidiani e la pubblicità garantiva ben altri incassi, oggi i grandi gruppi editoriali sono tutti alla canna del gas. Basti vedere la capitalizzazione di Borsa di quelli quotati (vedi tabella accanto). Oppure vedere i conti dei periodici non quotati, quasi tutti in perdita, con le poche eccezioni di chi ha costruito le aziende con costi contenuti, il personale strettamente necessario e sviluppando le sezioni internet e digitali. Eppure questi giornali, per quanto palesemente “bolliti”, privi di coraggio e fantasia, ostaggio di un modo antico di fare giornalismo, continuano ad andare avanti e perdere milioni di euro l’anno.

Editori impuri
Una tassa che gli editori – tutti impegnati in altri settori, dalle banche alle assicurazioni, dall’industria alle costruzioni – pagano per difendere i loro interessi economici agitando la clava dell’informazione. Certo, poi a fine mese bisogna però saldare i conti e allora l’idea è sempre la stessa: far pagare i buchi ai giornalisti. Tra i più grandi gruppi dell’editoria nazionale non c’è gruppo, infatti, che non sia in stato di crisi o abbia utilizzato lo strumento della solidarietà o abbia ridotto gli organici con prepensionamenti, o abbia annunciato qualcuna di queste misure come imminente. Con casi eclatanti, come la battaglia per la vendita della sede storica del Corriere della Sera, fortemente osteggiata dai giornalisti. Una vendita resa obbligatoria dalle perdite del gruppo, frutto anche di operazioni sbagliatissime (l’acquisto del gruppo spagnolo El Mundo grida vendetta per le modalità con cui si è speso circa un miliardo) oltre che del calo delle vendite. Rcs Mediagroup, ormai nell’orbita della Fiat (più per desiderio di John Elkann che di Sergio Marchionne) spazia dai giornali alla tv digitale e satellitare, dalla radiofonia ai libri. Rimasta senza soldi, la società quotata in Borsa è stata appena ricapitalizzata con 400 milioni. Soldi freschi che però stanno già finendo. Solo nel primo semestre di quest’anno il gruppo ha infatti visto scendere i ricavi da 756,3 milioni dello stesso periodo del 2012 a 647,9 milioni di quest’anno. I tagli e le dismissioni (come il 55% di Dada) hanno ridotto le perdite da 427 milioni del primo semestre 2012 a 125,4 milioni di quest’anno. Da Milano a Torino, le cose vanno anche peggio per il giornale di famiglia degli Agnelli. L’anno scorso La Stampa diretta da Mario Calabresi ha perso 27 milioni, con la Fiat costretta a immettere 35 milioni e a svalutare per 14,2 milioni la concessionaria di pubblicità Publikompass. Un piano di cui si discute molto vorrebbe la fusione tra Corriere della Sera e Stampa, magari aggiungendo il Secolo IXX di Genova, che la famiglia Perrone cerca inutilmente di vendere da molto tempo. Operazione che porterebbe a centinaia di licenziamenti tra il personale dei tre quotidiani, ovviamente tutti sul chi vive. Per ora, dunque, si comincia tastando il terreno con le sinergie nel solo settore della pubblicità. Poi, si vedrà.

Ma c’è chi ride
Se l’editore di Repubblica può sorridere, più per l’iniezione di liquidità arrivata al gruppo Cir (De Benedetti) dal lodo Mondadori (quasi 500 milioni pagati dalla Mondadori di Berlusconi), lo stesso non fanno i giornalisti che probabilmente dovranno affrontare  presto un piano di tagli. Il quotidiano di riferimento per una vasta area di sinistra paga infatti i costi esorbitanti in carta e giornalisti per inserti come R2 tanto voluti dal direttore Ezio Mauro. Ma di questi tempi, se gli industriali vanno male, figuriamoci il loro giornale. Il Sole 24 Ore, quotidiano della Confindustria quotato in Borsa pochi anni fa, con la direzione di Roberto Napoletano non ha cambiato né il costoso formato né lo stile paludato che piace a una minoranza della minoranza degli imprenditori italiani. Così, sarà pure autorevole, ma al Sole ci stanno solo le perdite mostruose. Solo nei primi sei mesi di quest’anno il giornale rosa ha perso 21,3 milioni di euro (erano 18,8 in più nello stesso periodo dell’anno prima).

Da una crisi all’altra
Un discorso a parte tocca ai giornali di partito, che nonostante falsino palesemente il mercato grazie ai contributi pubblici, perdono ogni anno milioni. La situazione più grave è quella dell’Unità, ma non stanno meglio Il Manifesto o giornali fantasma come Europa o L’Opinione delle Libertà. Perdite su perdite anche per i due quotidiani di centrodestra, Il Giornale e Libero, per i quali si era parlato molto in passato di una possibile fusione. Poi per la necessità di Berlusconi di tenere un suo house organ non se n’è fatto niente. Conti inguardabili anche per Il Tempo, altro giornale in vendita, con la redazione ormai ristretta al solo ultimo piano di palazzo Wedekind dopo l’abbandono delle sedi locali. Così come annaspano i tre grandi regionali del gruppo Riffeser Monti: La Nazione, Il Resto del Carlino e Il Giorno. Ciò nonostante gli editoriali in Borsa quest’anno respirano. Si spera nella ripresa della pubblicità. Per chi ha i conti a posto la speranza di ripartire c’è.

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