Giornalisti sotto assedio. Non solo agguati per imbavagliare la stampa. Mennella (Ossigeno): “Il nodo è il rapporto fra informazione e potere. Compreso quello criminale”

di Davide Manlio Ruffolo
L'intervista

“Non è stata un’intimidazione ma un agguato camorristico che deve metterci in allarme”. Ad affermarlo è Giuseppe Mennella, segretario dell’associazione “Ossigeno per l’informazione” che monitora i casi di minacce e gravi abusi a danno di giornalisti.

Negli ultimi tempi si susseguono attacchi ai cronisti, l’ultimo ai danni del direttore Mario De Michele. Crede che siamo in presenza di un salto di qualità nelle aggressioni ai giornalisti?
“Si, assolutamente. Questo è un episodio di un’efferatezza e di una violenza, oltre che per le modalità dell’agguato e per il numero di colpi esplosi, che fa capire come non si puntava affatto ad una semplice intimidazione quanto alla vita stessa del giornalista. Qualcosa che non ha precedenti recenti e che ci riporta indietro nel tempo agli anni ’60”.

Secondo lei cosa sta succedendo?
“Guardi, il problema è sempre di rapporto tra informazione e poteri. Questi possono essere politico, religioso, economico o criminale. L’agguato al collega rientra nel rapporto con i poteri criminali che se si sentono minacciati, possono avere una reazione. La novità, me lo faccia sottolineare, è che in questo specifico episodio si è andati oltre contraddicendo quello che da anni le grandi mafie cercano: ossia il muro del silenzio. Sparare significa abbattere questo velo di omertà e creare, come lo chiamano loro, uno stato d’assedio da parte dei militari che lede i loro affari. Dobbiamo chiederci come mai lì esiste ancora un metodo mafioso tanto violento”.

Le scorte di polizia bastano a garantirne la sicurezza del cronista minacciato o serve anche altro?
“La scorta è indispensabile per garantire la sicurezza fisica della persona. Ma sarebbe utile dare anche supporto psicologico ai minacciati. Vede, il direttore De Michele ha già dichiarato che andrà avanti. Poi, però, subentra il peso delle famiglie, del giornale stesso e dei colleghi. Così si innesca una paura che può produrre il cosiddetto chilling effect, ossia il congelamento della mano del giornalista che viene messo a tacere”.

Oltre agli attacchi violenti ci sono anche le querele. Al giorno d’oggi quant’è difficile il mestiere del giornalista?
“Moltissimo. Per quanto agguati e querele siano molto diversi, finiscono per produrre lo stesso effetto: mettere a tacere un giornalista. E quando accade perché si teme la galera, il risarcimento milionario, dello schiaffo, della testata o delle minacce velate, si reca un danno ai cittadini che hanno diritto ad essere informati”.

Crede che la legge sulla lite temeraria, attualmente in discussione al Senato, potrà porre un freno al numero di querele ai danni dei giornalisti?
“Può essere un deterrente e in quanto tale è ormai necessario. Ma deve essere chiaro a tutti che se qualcuno si sente diffamato e vuole fare causa, la farà comunque. Detto questo, se verrà introdotta sarò il primo ad applaudire ma non sono sicuro che questo, come ogni altro parlamento, voglia risolvere il problema perché a qualcuno fa comodo che le cose restino invariate”.