Garantisti solo se conviene. I giornaloni italiani picchiano duro su Grillo. Per i grandi media le sentenze le fanno i magistrati. Ma con i pentastellati si può sempre fare un’eccezione

BEPPE GRILLO
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“Da elevato a indagato per soldi”, “Spazzacorrotti, c’è cascato anche Grillo. E mo’ davvero c’è da ridere” e, per non farsi mancare niente, “Grillo il lobbista”. Qualcuno potrebbe pensare che sono tweet comparsi in rete a firma dei vari haters di Beppe Grillo – o più in generale del Movimento 5 Stelle – ma non è così perché si tratta di alcuni dei titoloni che ieri hanno affollato le prime pagine dei maggiori quotidiani italiani. I tre titoli, rispettivamente di Libero, del Riformista e della Repubblica, non sono che la punta dell’iceberg di un sistema dei mass media che sembrava non aspettare altro che un appiglio, più o meno concreto, per sparare a zero sul padre fondatore dei 5 Stelle e sulla sua stessa creatura che, evidentemente, ha creato scompiglio nella società italiana.

Così i giornali si sono lanciati in una serie infinita di attacchi, allusioni, sberleffi e chi più ne ha, più ne metta. Tuttavia non può che far sorridere vedere che proprio quella stampa che si è sempre vantata di essere garantista a tutto tondo, tanto quella di sinistra quanto – soprattutto – quella di destra, ora si ritrova unita e compatta a tuonare contro Grillo. Un veleno, quello profuso negli ultimi due giorni da tanti, che ha il sapore della vendetta trasversale e che, una volta per tutte, mostra la velleità del garantismo a targhe alterne, ossia buono solo con chi gli sta a genio. Categoria, questa, in cui evidentemente non rientrano i pentastellati.

LA GOGNA MEDIATICA. Eppure sono gli stessi giornali che ci hanno sempre detto che un avviso di garanzia non equivale a una condanna, evidentemente ad eccezione che l’atto non sia inviato a qualcuno verso cui non si ha grande simpatia. Questo almeno è quanto sembra essere successo dopo la notizia che martedì ha terremotato la politica, malgrado l’esistenza di questi contratti fosse nota da quasi due anni, che ha permesso a molti di togliersi i sassolini dalle scarpe. Così per il Riformista, quotidiano che si è sempre distinto per il suo essere fortemente garantista, quanto accaduto è diventato l’occasione per un titolo di prima pagina gridato con cui ha sparato a zero: “Spazzacorrotti c’è cascato anche Grillo”. Il tutto con l’ulteriore sottolineatura, per giunta in romanesco, “E mo’ davvero c’è da ridere”.

Cosa ci sia di tanto divertente non è chiaro, esattamente come non si capisce perché in questo caso non ci sia alcun bisogno di attendere lo sviluppo delle indagini, l’eventuale processo – ammesso e non concesso ce ne sarà uno – e la relativa sentenza, visto che i giochi per molti quotidiani sembrano già fatti. È il caso del Giornale che mentre affonda la candidatura di Silvio Berlusconi, una notizia ieri relegata a un trafiletto, si lancia all’assalto del Garante del Movimento 5 Stelle con un eloquente “Grillo vittima del grillismo” in cui si legge che l’inchiesta (leggi l’articolo) riguarda “il traffico di influenze illecite, il reato preferito dal M5S”.

Anche qui si tratta di un quotidiano dichiaratamente garantista che, però, in quest’occasione sembra aver cambiato pelle. Una prima pagina in cui c’è spazio anche per un ulteriore articolo intitolato “Una nemesi storica” in cui viene fatta una disanima politica del presunto fallimento grillino. Un concetto, questo del presunto trasformismo, che compare anche su il Dubbio dove sulla prima pagina compare il titolo: “La nemesi di Beppe: nei guai per il reato più amato dai grillini”. A lanciare accuse c’è anche la Repubblica che, almeno stando al titolo di prima pagina, non solo non si è sottratta ma ha pure già emesso un primo verdetto sul caso visto che sul quotidiano si legge: “Grillo il lobbista”.

A ben vedere un simile astio da gran parte della stampa italiana appare davvero difficile da comprendere se non notando come, secondo loro, Grillo & Co in fondo se la sono cercata. E quale sarebbe la loro colpa? Nulla più che la loro visione drastica della legge, per la quale Grillo e M5S si sono guadagnati l’appellativo di giustizialisti, che – in un Paese tanto anomalo quanto il nostro – ha la pretesa di portare all’attenzione dei magistrati ladri, corruttori e tutti quelli che si sono mangiati e ancora si mangiano l’Italia.