Ventotene, la strage impunita. Dopo il costone frana il processo

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di Nicoletta Appignani

Il 20 aprile sono trascorsi 3 anni dalla morte di Sara Panuccio e Francesca Colonnello sulla spiaggia di Cala Rossano, a Ventotene. Tre anni da quando la frana di una parete rocciosa trasformò una gita scolastica in tragedia. Ed ora, la lunga battaglia per ottenere giustizia rischia di terminare con una scandalosa beffa morale: la prescrizione dei reati per tutti gli imputati. Un nulla di fatto di cui sarebbe responsabile la revisione delle circoscrizioni giudiziarie varata dal Governo Monti. Il Tribunale di Gaeta infatti dovrebbe essere accorpato a quello di Cassino e con il conseguente cambio del collegio, si dovrà ricominciare tutto da capo. Ancora non è pervenuto nessun documento ufficiale ma la data prevista per la fusione è quella del prossimo 13 settembre. Giorno in cui i nomi di Sara e Francesca entrerebbero a far parte di un’ennesima storia di malagiustizia.

Ad un passo dalla fine

Sono ancora cinque o sei le udienze che separano dalla sentenza di primo grado. Un processo in cui inizialmente ci furono dieci rinvii a giudizio e per il quale oggi gli imputati, per concorso in omicidio colposo e lesioni gravissime, sono il sindaco di Ventotene Giuseppe Assenso, il suo predecessore Vito Biondo, il responsabile dell’Ufficio tecnico del Comune, Pasquale Romano, e il dirigente del Genio Civile di Latina Luciano Pizzuti. Ed è proprio durante l’ultima udienza che il giudice Carla Menichetti ha messo le mani avanti: in vista dell’accorpamento, il 13 maggio si dovrà decidere se e come proseguire la causa. Un fulmine a ciel sereno per le famiglie delle vittime, che per di più è arrivato all’indomani di una svolta nel processo: la presentazione di un documento controfirmato dal sindaco Giuseppe Assenso risalente al 9 gennaio 2007, ben tre anni prima l’incidente che causò la morte delle due quattordicenni romane. Una richiesta di finanziamento indirizzata alla Regione Lazio, con la quale si spiegava la necessità di ottenere quasi 9 milioni di euro per “l’abbattimento del rischio idrogeologico, la messa in sicurezza, la difesa della costa e il ripascimento degli arenili”. E di questi, più di un milione e mezzo era ad uso esclusivo dei lavori per Cala Rossano: iniezioni di cemento nella parete di tufo e la realizzazione di sistemi di protezione contro i distacchi rocciosi. Quelli che l’amministrazione comunale, per anni, ha negato di poter prevedere. Tanto da non prendersi neanche la briga di segnalare il pericolo con un cartello. Un problema “sconosciuto”, che però durante il procedimento in sede civile, per gli stessi imputati tanto ignoto non era più: “Si sono difesi affermando che la responsabilità è anche degli operatori della scuola, dato che il tratto di Cala Rossano era notoriamente pericoloso”, spiega l’avvocato Franco Pascucci, legale di Bruno Panuccio, il papà di Sara.

La corsa ai ripari
La causa civile è iniziata un anno fa. Ma siccome il Comune di Ventotene ha citato altre istituzioni e queste a loro volta hanno chiamato in causa le proprie assicurazioni ed altri responsabili, a furia di continui rinvii la prima udienza è stata fissata per il prossimo 12 ottobre.
I consueti tempi lumaca della giustizia italiana che si dilateranno ancora di più con l’accorpamento della sede giudiziaria di Gaeta. Un danno che comunque è nulla al confronto di quello che potrebbe colpire il processo penale, per il quale l’accusa ha dovuto addirittura ridurre i testimoni ancora da ascoltare a quattro persone: quelle essenziali. Tutto per velocizzare l’iter il più possibile.
Una corsa contro il tempo, alla quale si aggiunge la speranza che a settembre sia concessa almeno una proroga, in modo da consentire la chiusura del processo di primo grado. Perché per adesso, le prossima udienza è quella del 13 maggio, alla quale si aggiungono quelle fissate per il 15 e il 17 luglio. Tre udienze in tutto. Poi la consueta pausa estiva e la riapertura del tribunale, ammesso che ci sia, a settembre. A un passo dalla sentenza. E a uno dal vederla sfumare.
“Perché i reati siano prescritti, in questo caso, devono essere trascorsi 7 anni e mezzo da quando sono stati commessi – spiega Pascucci – E sarebbe un tempo più che sufficiente in linea teorica. Ma dalla morte di Sara e Francesca, tre anni sono già trascorsi ed altri tre e mezzo, se il processo dovesse ricominciare da capo, non basterebbero per arrivare alla sentenza”.
Infatti, il giudice che attualmente segue la causa, appartenendo al foro di Latina, non sarebbe più competente in un procedimento a Cassino. Quindi prima dovrebbe essere nominato un nuovo collegio e poi dovrebbe essere fissata l’udienza. Tra una cosa e l’altra la causa quindi inizierebbe non prima del 2014. Rendendo così praticamente impossibile ottenere la sentenza in tempo. Una danno morale irrimediabile per le famiglie di Sara e Francesca che da tre anni, attraverso innumerevoli difficoltà, cercano di ottenere giustizia per l’assurda morte di due giovani ragazze. Un incidente che avrebbe potuto essere evitato e che ora rischia di vedere impuniti i colpevoli. E tutto a causa del sistema giudiziario: una delle poche cose di cui lo Stato dovrebbe garantire il funzionamento.