Tagliate le gambe alla Giustizia. Impossibile fare i maxi-processi. Parla l’ex assessore alla Legalità di Roma, Sabella: “Messa una spada di Damocle sulla testa dei magistrati”

giustizia Sabella
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“Mettere una spada di Damocle sui magistrati che devono definire entro determinati tempi il processo non è una cosa che può andare bene”. Il magistrato ed ex assessore capitolino alla Legalità al tempo della giunta Pd di Marino, Alfonso Sabella, non ha peli sulla lingua nel confermare l’impressione che la riforma del processo penale non sarà capace di risolvere tutti i problemi della Giustizia.

Domani (oggi per chi legge, ndr) arriva in Consiglio dei ministri la riforma del processo penale. Uno dei temi più delicati è quello sulla prescrizione che sarà processuale ovvero legata ai tempi del procedimento e non più al tipo di reato. Crede che questa sia la strada giusta?
“Che la sospensione della prescrizione fosse da rivedere ci può stare ma mettere una spada di Damocle sui magistrati che devono definire entro determinati tempi il processo non è una cosa che può andare bene, almeno nella condizione in cui versa la Giustizia italiana. La realtà è che bisogna agire in maniera seria e l’unica strada è puntare sulla depenalizzazione perché ormai ogni cosa in Italia è reato visto che ne vengono introdotti di continuo dal Parlamento. Inoltre la Giustizia penale andrebbe rivista da capo, istituendo un doppio binario con i reati più gravi, in cui si rischia la galera e condanne pesanti, che devono essere trattati come accade oggi e quelli meno rilevanti sotto il profilo penale che devono essere risolti con un grado di giudizio e semmai l’eventuale ricorso in Cassazione. Si tratta di regole già in uso in gran parte dei Paesi del mondo e che funzionano per decongestionare i Tribunali. Tenga conto che oggi in Italia per ogni processo davanti a un collegio, ad esempio per un banale furto, abbiamo una media di 30 magistrati, tra la fase d’indagine, quella dell’udienza preliminare e i successivi tre gradi di giudizio, che esaminano lo stesso caso. È un lusso che non ci possiamo permettere. Poi se mi consente…”.

Prego.
“Un altro problema di cui nessuno parla è che all’interno dei gabinetti e negli uffici legislativi dei ministeri, raramente ci sono magistrati che hanno buttato sangue nelle aule di giustizia ma che conoscono la materia esclusivamente dai libri universitari. Il risultato è che ci troviamo delle norme che sono bellissime sulla carta ma che poi applicate nel concreto mostrano enormi criticità e non funzionano”.

Per evitare che i processi siano infiniti, è stato deciso che l’appello non potrà durare più di due anni mentre il procedimento in Cassazione appena uno. Qualora si sforerà anche solo uno di questi termini, il processo morirà. Le sembra una soluzione praticabile o teme che così molti procedimenti finiranno al macero?
“Se questa è la strada allora cominciamo a vietare le maxi retate e i maxi processi. Pensi a un giudice che in un processo si trova davanti a 200 imputati di Camorra e deve sentire 90 pentiti, magari dopo che sono emerse criticità in primo grado e per le quali le difese hanno chiesto di sentire altri testimoni, non riuscirà mai a rispettare tali tempistiche. Il problema è che nell’immaginario comune il processo d’appello si fa con un singolo imputato, esclusivamente sulle carte e con gli avvocati che parlano il giusto. Ma questo è il libro dei sogni e la realtà è ben diversa perché bisogna rifare tutto, perfino le notifiche, con annessi ritardi e rinvii che sono sempre dietro l’angolo. Così molti processi saranno a rischio”.

Nella riforma viene ribaltato anche il criterio del rinvio a giudizio per cui si va a processo solo se le prove sono tali da giustificare una prognosi di condanna e non solo “idonei a sostenere un giudizio”. Non le sembra che questa norma sia eccessivamente sbilanciata in favore della difesa dell’imputato?
“La realtà è che il nostro processo penale è tutto sbilanciato a favore dell’imputato e contro le persone offese. Se io faccio causa civile al mio vicino di casa perché ha il bagno che perde e vinco in primo grado, già in quel momento posso mettere in esecuzione la sentenza e costringerlo a effettuare la riparazione. Se lo denuncio per danneggiamento e mi costituisco parte civile nel processo penale, pur vincendo in primo grado tale sentenza non è immediatamente esecutiva. È una discrasia grave che penalizza le vittime”.