Gli aiuti ai Comuni costano, lo Stato presenta il conto

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

di Angelo Perfetti

Vengono visti come eroi, quelli che si sporcano di fango per tirare fuori dai guai persone colorite dall’alluvione piuttosto che da qualche altra calamità. E per certi versi lo sono. Sono riconosciuti, applauditi, ringraziati. E’ accaduto anche pochi mesi fa, a dicembre, quando una “bomba d’acqua”, come si usa dire oggi, ha messo in ginocchio il centro Italia. Sono gli uomini dell’Esercito italiano e della Capitaneria di Porto, e la stima nei loro confronti è totalmente meritata. Peccato però che lo Stato, nella sua estrinsecazione burocratica, chieda il conto (letteralmente!) anche per gli interventi d’emergenza. Altro che angeli custodi, per ogni intervento si emette fattura. In alcuni casi come stima da far quadrare nel Bilancio dello Stato stesso, in altri casi come vere e proprie fatture inviate ai comuni “salvati”. E sono soldi della collettività che vanno ad aggiungersi a quelli che già paghiamo con le normali (si fa per dire…) tasse. L’ultimo caso – in attesa della prossima emergenza – è quello accaduto a Fiumicino, una delle località più colpite dall’ultima alluvione. Ebbene a distanza di qualche settimana sul tavolo del Comune sono arrivate alcune fatture.

Il corto circuito istituzionale

Ciò che non è chiaro al cittadino comune, è che gli interventi di emergenza si pagano. L’esempio di Fiumicino è il paradigma di come lo Stato, nelle sue forme, quantifichi gli sfori prodotti durante un’emergenza. I quattro giorni di interventi nella città costiera, sono stati quantificati dalla Prefettura in circa 74.000 euro, conto fatto rispetto all’impiego di uomini, allo spostamento delle idrovore, all’utilizzo delle macchine. Soldi che dovranno rientrare nel bilancio dell’Esercito, corpo per cui è stato effettuato il conteggio. La Capitaneria d Porto, dal canto suo, ha “emesso fattura”direttamente al Comune di Fiumicino, chiedendo circa 14.000 euro per aver utilizzato la cucina con l’obiettivo di preparare i pasti degli sfollati. La giustificazione formale viene dal fatto che per quel servizio è stato utilizzato un capitolo di spesa non previsto, e che dunque l’anticipo deve essere in qualche modo rimborsato per far quadrare i conti. Tutto giusto, se non fosse che parliamo dello stesso Stato che si divide in mille enti, tanti corpi di polizia, ognuno con un proprio bilancio e peculiari esigenze di contabilità. Insomma, un papocchio burocratico tutti italiano. Va anche sottolineato che in quei giorni il vettovagliamento è stato fornito dall’esterno, e dunque non è stato un costo per la Guardia Costiera. L’associazione di Protezione civile “Nuovo Domani” ha prelevato infatti direttamente ai mercati generali quei generi alimentari utili a sfamare per quei giorni di emergenza la popolazione colpita. Ma non è questo il punto. Il punto è che le tasse che i cittadini pagano dovrebbero essere utili anche a coprire i costi delle emergenze; perché se è vero che non verranno chiesti soldi direttamente alle famiglie, è altrettanto vero che incidere sui capitoli di bilancio non può che provocare disservizi. Nel caso specifico – replicabile purtroppo in ogni Comune italiano – o il Comune paga quei soldi e avrà meno disponibilità – ad esempio – per l’assistenza domiciliare, oppure non li paga, e sarà la Capitaneria ad avere meno risorse per i pattugliamenti in mare. Comunque la si giri esce un quadro di un’Italia in affanno, di uno Stato complicato, farraginoso, inadeguato.

L’impegno dei militari

Intendiamoci, qui non è in discussione il valore dei corpi militari che operano in condizioni disagiate tra la gente, con grande competenza e altrettanta abnegazione; piuttosto fa impressione raccontare ai cittadini che hanno applaudito i propri “eroi” mentre li assistevano che, a fronte di quel servizio, arriva il conto. E parafrasando il film di Spielberg, nelle emergenze dalle nostre parti passiamo dal “Salvate il soldato Ryan” a “Pagate il soldato Ryan”.