Gli alfaniani adesso hanno paura

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

di Lapo Mazzei

Definirlo un fritto misto potrebbe risultare eccessivamente ingeneroso. Certo è che l’intervento con il quale il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha fatto il suo esordio al Senato è stato sufficientemente privo di chiarezza, ancorché di concretezza. Solo su di punto il premier è stato netto: la legge elettorale va approvata. E, se possibile, anche in fretta. “Vorrei essere l’ultimo presidente del Consiglio a chiedere la fiducia in quest’Aula”, dice il presidente del Consiglio parlando nell’Aula di Palazzo Madama per le dichiarazioni programmatiche e il voto di fiducia al nuovo governo. Un esordio, quello dell’ex sindaco di Firenze, che è già tutto un programma. E per far capire che fa sul serio aggiunge subito che “o si ha il coraggio delle scelte o perdiamo il rapporto con chi sta a casa”. “L’Italicum è pronto per essere discusso alla Camera. E noi, da questo punto di vista, consideriamo l’Ialicum non soltanto una priorità, ma una prima parziale risposta all’esigenza di evitare che la politica perda ulteriormente la faccia. Con quale credibilità possiamo dire che è urgente intervenire sulla legge elettorale e poi perdere ‘’occasione del contingentamento che abbiamo trovato? Certo, noi affermiamo che politicamente esiste un nesso netto tra l’accordo sulla legge elettorale, la riforma del Senato e la riforma del Titolo V: sono tre parti della stessa faccia”. Insomma, non perdiamo tempo. Altro che clausole di salvaguardia o accordi di sottobanco. L’Italicum va, anzi deve andare. Renzi poi lancia un appello alle opposizioni sul tema della Province: “chiudiamo il disegno di legge Delrio e impediamo di votare il 25 maggio per le Province, ma nella discussione sul Titolo V riapriamo fra di noi la discussione su cosa debbano essere le Province”. Un altro bel colpo a chi aveva delineato accordi interni alla maggioranza, patti di non belligeranza e rinvio delle elezioni sino al termine della legislatura. Almeno su questo punto Renzi ha già ribaltato il tavolo, dimostrando come stia perseguendo la politica dei due forni: una maggioranza che regge il governo ed un’altra con la quale fare le riforme costituzionali. Come avveniva nella Prima Repubblica ai tempi della Dc e del Psi. Tempi e modi che sembrano non morire mai. Tant’è che il quadro delineato dal premier ha messo subito in allarme il Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano. Nel timore che in quel passaggio dedicato alla legge elettorale di celi una trappola, il ministro dell’interno e leader del Movimento ha subito riunito lo stato maggiore dell’Ncd. Sul tavolo, ufficialmente il lavoro e lo ius soli. Ma secondo le voci di corridoio raccolte al Senato nello studio del presidente Renato Schifani, presenti i capigruppo di Camera e Senato, Maurizio Sacconi e Enrico Costa, e il deputato Fabrizio Cicchitto si è parlato proprio dell’Italicum e del passaggio del discorso programmatico del premier dedicato al capitolo delle riforme. Il timore del venir meno agli accordi presi, con qualcuno degli alfaniani che parla già di nuovo tradimento di Renzi ( dopo quello consumato nei confronti di Enrico Letta, ndr) , sta già creando non poche fibrillazioni all’interno della fragile maggioranza. La quale inizia a veder ballare sullo sfondo lo spettro del secondo forno renziano. “Siamo certi che il neo-premier sia un uomo d’onore. E rispetterà il patto stabilito, nel quadro di un metodo realistico e pacificatore, con Silvio Berlusconi il 18 gennaio scorso. Tradotto, senza farla lunga: Italicum subito. Entro gennaio, vabbè entro febbraio, ri-va bè entro marzo. Indi riforme costituzionali inderogabili: superamento del bicameralismo e del Senato, razionalizzazione dei rapporti tra Stato e autonomie locali (Titolo V)”, sostiene “Il Mattinale” , la nota politica dello staff del gruppo di Forza Italia della Camera. “Non troppo onore però. Un patto solo, per carità. Infatti il ministro Ncd Maurizio Lupi rivendica un altro patto ‘sottoscritto’ da Renzi. Questo presunto accordo coi partitini sposterebbe l’entrata in vigore della nuova legge elettorale al momento in cui, con molta premura senz’altro, i senatori decideranno di autosopprimersi”. Insomma, gli azzurri mettono il dito nella piaga. Renzi avrà pure fatto accordi con tutti, ma non può tradire tutti. Per giunta contemporaneamente. E quindi a pagare pegno saranno essenzialmente i più deboli. Una debolezza che le elezioni europee potrebbero certificare.