Gli annunci di Renzi? Poca cosa di fronte alle frottole dell’Europa. A quasi un anno dal Piano Juncker che doveva sbloccare investimenti per 315 miliardi non si è ancora visto un euro

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di Sergio Patti

 

Alla riapertura delle Borse dopo ferragosto la guerra delle monete non sarà l’unica incognita per i mercati. La svalutazione decisa dalla Banca centrale di Pechino, che solo nell’ultima settimana ha abbassato di quasi il 5% il valore della moneta cinese, condizionerà certamente la politica monetaria americana, in procinto di rialzare i tassi del dollaro dopo cinque anni di quantitative easing (immissione di liquidità monetaria). Per non svantaggiare le sue imprese proprio con il competitor cinese, Washington potrebbe infatti rinviare ancora la stretta monetaria.

 

Tra i due colossi in conflitto senza esclusione di colpi, l’Europa rischia così di diventare il vaso di coccio. L’ultimo board della Banca centrale ha dovuto ammettere che il bazooka usato dall’istituto di Francoforte ha avuto sin ora un effetto deludente sulla crescita. Certo, si è fermata la caduta libera delle Borse, ma appare ormai innegabile che la ferma opposizione tedesca abbia fatto partire il quantitative easing europeo troppo in ritardo.

 

La condizione economica generale in gran parte dei Paesi dell’Unione è da allarme rosso. La Grecia, di fatto fallita, è stata salvata al prezzo di sacrifici dai quali non potrà mai più riprendersi. Una situazione così lampante da superare il tetto sotto al quale il Fondo monetario internazionale può concedere il suo sostegno. Dalla Francia all’Italia, dalla Spagna al Portogallo restiamo vicini ai record storici di disoccupazione. I consumi sono altrettanto depressi e rimettere in moto un sistema così ingolfato richiede uno sforzo multiplo rispetto a quello che sarebbe stato necessario se Berlino non avesse detto tre colpevolissimi no: 1) no agli eurobond, 2) no (fino a un anno fa) a una maggiore flessibilità dell’Unione europea sui conti pubblici, no (fino a pochi mesi fa) a qualunque utilizzo della leva monetaria.

 

Il rigore imposto dai tedeschi grazie a leader europei incapaci di opporsi nell’interesse dei rispettivi Paesi non ha portato nemmeno uno degli effetti positivi immaginati. I debiti pubblici sono ovunque aumentati e le poche riforme fatte con la pistola alla tempia sono quelle che riducono la spesa pubblica. Cioè l’unica cosa che interessa ai creditori, nella prospettiva di vedere in qualche modo rimborsati i propri prestiti.

 

Della seconda faccia della medaglia, quella della crescita, non si è vista invece traccia. Gli ultimi dati sul Pil del secondo trimestre dell’anno sono perentori: l’Italia si ferma a uno striminzito +0,2%, ma Parigi fa anche peggio fermandosi a +0,1%. La stessa Germania che ha lungamente beneficiato di tassi negativi sul suo debito pubblico, cresce di un 1% insufficiente a fare da locomotiva per il resto del continente.

 

La pistola fumante che prova la perdurante mancanza di politiche per la crescita è data dal cosiddetto Piano Juncker, che aveva promesso di attivare investimenti per 315 miliardi. A distanza di quasi un anno qualcuno ha visto un solo euro? Per quanto riguarda l’Italia, al di là degli annunci della Banca europea degli investimenti non c’è traccia. Come ha fatto ben notare l’economista Giacomo Vaciago, gli unici soldi spesi sin ora sono quelli delle fotocopie con la spiegazione del piano stesso.

 

Se il Governo italiano, come molti altri d’altronde, non fosse totalmente accodato alle politiche imposte dalla cancelliera Merkel, proprio sulla fallita partenza del Piano Juncker avrebbe perciò un ottimo argomento per chiedere una equivalente nuova elasticità sui conti pubblici, per realizzare almeno una parte delle tante cose promesse, a partire dalla riduzione delle tasse. Diversamente, anche “inventandosi” nuovi tesoretti – come quello derivante dal risparmio degli interessi sul debito – nella prossima legge di stabilità non ci saranno neppure i soldi per stare nei parametri europei, e allora sarà inevitabile una nuova manovra con il suo inevitabile effetto recessivo.

 

Sarà in grado Renzi di portare questi argomenti a Bruxelles o dove si decide sul serio, sul tavolo della Merkel e del suo ministro delle finanze, il falco Schauble? Partito con l’intenzione di battere i pugni in Europa, ad oggi il nostro premier ha ottenuto solo briciole (come nel caso degli immigrati) o promesse (come il piano Juncker, appunto). Un ruolo da passacarte che gli servirà pure come elisir di lunga vita a Palazzo Chigi ma che non lo legittima nel chiedere nuovi sacrifici al Paese e soprattutto ne fa così un leale servitore dei nostri creditori. Non dell’Italia.