Gli italiani all’estero hanno votato. Ma si annuncia il solito disastro. Le nostre sedi consolari nel mondo decimate dal Covid. E in Brasile ci mancava pure lo sciopero dei postini

di Edoardo Lanfranchi
Politica

Comunque vada, è un disastro. C’è lo sciopero, causa Covid, dei postini che in Brasile distribuiscono e ritirano le schede elettorali. è bloccata per la seconda volta, causa Covid, l’ambasciata italiana a Brasilia. Dall’ambasciata in Afghanistan sono stati rimpatriati quattro impiegati colpiti dal virus. La rete diplomatico-consolare è in affanno e una ventina di sedi – dall’ambasciata in Messico a quella di Belgrado, dal consolato generale di Miami a quello di Buenos Aires, da Lisbona a Podgorica, passando per la sede di rappresentanza Onu a New York – sono già state chiuse per via dei contagi. E non è chiaro, per finire, con quali precauzioni vengono raccolte, spedite e infine scrutinate le schede provenienti dalle zone ad alto rischio Coronavirus.

Risultato? All’estero la partecipazione al referendum è bassissima e su un milione e mezzo di elettori italiani nessuno sa quanti siano effettivamente riusciti a votare. Il termine per la riconsegna delle schede – il 15 settembre alle ore 16 – è già scaduto e i plichi diplomatici sono in viaggio per Roma. Ma in Brasile molte schede sono da annullare visto che gli elettori, alla faccia della segretezza del voto, le hanno consegnate di persona al consolato per ovviare alle poste in sciopero.

Eppure si sapeva da settimane: “La partecipazione è seriamente compromessa dall’acuirsi della pandemia in Paesi dove la presenza italiana è importante, dal Brasile alla Francia, dagli Stati Uniti alla Spagna, in Asia, Australia e in Sudafrica” aveva dato l’allarme ad agosto Fabio Porta, ex deputato Pd eletto in Sudamerica, chiedendo al presidente Sergio Mattarella di rinviare il voto. A settembre, in Senato, Tommaso Nannicini (Pd) è tornato all’attacco con un’interrogazione bipartisan (firmata pure da due eletti all’estero, Laura Garavini, Iv, e Raffaele Fantetti, FI) per capire se fossero state avviate “tutte le procedure necessarie affinché la consultazione possa essere svolta regolarmente e ogni nostro connazionale abbia la possibilità di esprimere il proprio voto”. Risposte: zero.

Nessuna risposta anche per Fucsia Nissoli, deputata FI dal Nord America, che al governo ha chiesto lumi sulla sicurezza degli impiegati dei consolati che “riceveranno i plichi elettorali con le schede votate che potrebbero risultare contaminate”. Problema non secondario. Come sono gestiti i plichi a rischio, appunto? E cosa succederà a Castelnuovo di Porto, dove si contano i voti provenienti dall’estero e dove, puntualmente, agli scrutini si registra un caos di schede doppie e triple, assembramenti, curiosi, inciuci e brogli? Quali speciali misure di sicurezza sono state previste per il Covid? L’unica cosa certa, in tanto caos, è stata la campagna elettorale: praticamente inesistente. E non solo per il distanziamento anti-Covid.

La maggior parte degli eletti all’estero (sei senatori e dodici deputati) si è infatti schierata contro il dimezzamento dei parlamentari anche in dissenso con il proprio partito, come la Pd Francesca La Marca o la M5S Elisa Siragusa. La palma dell’attivismo per il No spetta però all’italo-argentino Ricardo Merlo, sottosegretario con delega agli italiani all’estero nonché fondatore e presidente del Maie, e al suo vice Mario Borghese, agguerritissimo contro la riforma che “uccide la democrazia” e diminuisce la rappresentanza in Parlamento degli italiani che vivono lontano dalla patria. Lui peraltro si è già diminuito la rappresentanza da solo e nessuno lo ha più visto alla Camera dal febbraio scorso.