Goldman Sachs stia serena, Roma non è un bancomat. Per il professor Rinaldi non è casuale che un ex presidente della Commissione Ue oggi sia dirigente della banca d’affari

Intervista all'economista Antonio Maria Rinaldi

“Capisco le aspirazioni che una banca d’affari come la Goldman Sachs deve portare avanti. Mi spiace per loro, ma gli azionisti di riferimento dell’Italia sono solo i cittadini”. Come sempre, l’economista Antonio Maria Rinaldi non accetta compromessi, né ha peli sulla lingua. E così, dopo l’uscita della Goldman Sachs, secondo cui la pressione dei mercati imporrà una “disciplina di bilancio” all’Italia, il suo commento non poteva che essere piccato. “Se queste litanie potevano avere un certo effetto qualche anno fa, con Monti e compagnia cantando, oggi c’è una diversa consapevolezza nei cittadini”.

Quale professore?
“Sono affermazioni che fanno il verso a quelle già fatte dal commissario Oettinger quest’estate. Non fanno altro che far aprire gli occhi ai cittadini italiani”.

Su cosa?
“Vale quella legge della democrazia per cui i cittadini votano non perché sono influenzati dai mercati, ma perché cercano di fare gli interessi pubblici”.

Resta però il monito di una banca d’affari di peso.
“Ha detto la parola giusta: banca d’affari. La Goldman Sachs considera Paesi come l’Italia solo ed esclusivamente da bancomat per poter andare incontro alle esigenze dei danni prodotti dagli stessi mercati finanziari”.

Questo report non avrà conseguenze, allora?
“La Goldman Sachs si deve rendere conto che è arrivato il momento di fare gli interessi dell’economia reale, che non sembra rientrare nei progetti stessi di questa banca, sempre molto prodiga a supportare quell’economia virtuale che ha letteralmente devastato i mercati internazionali creando non pochi problemi”.

Quali?
“Se siamo in queste condizioni, lo dobbiamo proprio all’esplosione della finanza virtuale che ha permesso la moltiplicazione e la proliferazione di derivati che non hanno fatto altro che trasferire i rischi su soggetti che non davano le più che minime garanzie. Il tutto poi a danno dell’economia reale stessa chiamata a pagare i danni”.

La Goldman Sachs è una cosa, la democrazia è un’altra, per intenderci?
“Credo che la democrazia sia uno strumento sconosciuto nei piani alti della Goldman Sachs”.

Se non c’è una reale ragione pubblica per tale allarme, perché allora la Goldman Sachs è intervenuta?
“Ci sono evidentemente altri interessi. E non a caso questi appelli, tanto cari anche alle istituzioni europee, arrivano sempre a borse aperte. Peccato non abbiano prodotto gli effetti sperati: oggi abbiamo assistito ad un ulteriore ridimensionamento dello spread e dei titoli italiani”.

Ad accodarsi alla Goldman Sachs, ieri sono stati anche i commissari Dombrovskis e Moscovici, che hanno ribadito che serve una correzione sostanziale.
“È l’ennesima dimostrazione che i consigli e le aspirazioni della Commissione europea sono gli stessi invocati da multinazionali della finanza come Goldman Sachs, a dimostrazione ulteriore che le istituzioni europee sono completamente disconnesse dalla realtà dell’economia reale e dalle effettive esigenze dei cittadini. Non sfugga, d’altronde, un altro particolare”.

Quale?
“La stessa Goldman Sachs è sempre pronta a cooptare come consulenti e dirigenti persone che hanno lavorato nelle istituzioni europee. Penso, per dire, a José Barroso, ex presidente della Commissione Ue e oggi dirigente Goldman. Il cerchio si chiude in maniera piuttosto evidente”.

Le parole di Dombrovskis, però, non fanno sperare in una soluzione a vantaggio dell’Italia.
“Mi piacerebbe ricordare al signor Dombrovskis che il suo Paese, la Lettonia, percepisce più di 500mila euro di contributi europei e parte del nostro debito nasce anche per tali aiuti. Se dovessimo stringere la cinghia, potremmo cominciare proprio dagli aiuti al suo Paese. Sono certo che se qualcuno glielo ricordasse in maniera molto garbata ma ferma e decisa, il suo atteggiamento cambierebbe”.