Governare vuol dire mediare. I tormenti della base M5S. Dal Tap al Tav agli F35, non mancano i bocconi amari. Ma in una coalizione il compromesso è inevitabile

di Giuseppe Vatinno
Politica

Quando un movimento o un partito arriva in quella che Pietro Nenni chiamò la “stanza dei bottoni”, cioè il potere, è gravido di speranze, intenzioni, potenzialità che provengono in maniera magmatica dalla sua base che, giustamente, non aspetta altro che “cambiare il mondo”, procedimento in sé molto complesso con l’aggravante che il mondo si guarda bene dall’essere cambiato e per un principio di inerzia prosegue nello status quo.Per il militante di base questo è scarsamente comprensibile e più il militante è puro nei suoi ideali e maggiore è la difficoltà a capire perché i suoi rappresentanti non risolvano le questioni in quattro e quattro otto. E così incomincia a sorgere il dissenso, la critica larvata, poi la critica manifesta, poi gli attacchi anche personali.

C’è poi sempre qualcuno, tipo Masaniello, che sfrutta la situazione. Qualche vecchia volpe patentata, magari sotto effigi giovanili, prende in mano la contestazione e così diventa il suo rappresentate e può mediare con i suoi antichi amici ora al potere. È storia vecchia di secoli, ma che si ripete sempre uguale. Tap, Tav, F35, Ilva, Autostrade e poi, fra poco, il Mes. I Cinque Stelle, da quando sono al governo, sono sotto tiro della base, dei militanti, che vorrebbero appunto tutto e subito, ma chi governa non ha la bacchetta magica e deve lavorare e costruire prima di ottenere qualche risultato. È un processo che porta via tempo, energie e produce molto stress.

Per le questioni sopra indicate il bicchiere si può vedere mezzo pieno o mezzo vuoto, certamente non è pieno completamente del nettare dell’azione volitiva che il Militante vorrebbe, ma appunto il Movimento non governa da solo, ma in coalizione. Una volta chiesero a Walter Veltroni, allora vicepresidente del Consiglio, perché non aveva realizzato subito tutti i punti programmatici con cui si era presentato alle elezioni e la sua risposta fu illuminante: “Per conto mio farei tutto in questo istante, nessuno sarebbe più felice di me. Ma non è possibile perché non governiamo soli, ma in coalizione”.

E chi ha memoria dei tempi ulivisti sa bene cosa erano le coalizioni litigiose e rissose fatte da quindici partiti e partitini. Così se è vero che la stella polare di qualsiasi movimento o gruppo politico deve essere il programma con cui ha ottenuto la fiducia mandataria del cittadino è anche vero che occorre capire la difficoltà a realizzarlo pienamente. E qui entra in gioco anche la senza dubbio particolare forma mentis del militante grillino che è scevro ai compromessi, alieno da qualsiasi trattativa. Tuttavia queste caratteristiche, purtroppo, mal si conciliano con la politica che per quanto una possa essere radicale è sempre “arte del compromesso” e quindi proprio di quella mediazione costante e faticosa che preserva però la società dalle incontrollate esplosioni di violenza iconoclasta che tanti danni hanno prodotto nella storia in generale e nel “secolo breve”, cioè il Novecento, come lo chiama Eric Hobsbawm.

Ovvio che bisogna poi saper distinguere, con cura certosina, chi una volta al potere si fa solo i suoi interessi -ed in questo caso occorre cacciarlo- da chi invece sta onestamente mediando per ottenere il massimo risultato possibile in un quadro democratico. Dunque a chi nella base del Movimento si sente un po’ deluso si chiede, in questo momento così difficile per l’Italia, di avere pazienza e di aspettare con fiducia che il lavoro diuturno porti a maturazione i frutti. Il reddito di cittadinanza, il taglio dei parlamentari, la lotta alla criminalità e alla corruzione sono già in paniere. Occorre solo aspettare.