Governo a trazione nordista. Opa sui soldi del Recovery Fund. La composizione dell’Esecutivo non promette bene il partito del Pil punta alla fetta più grossa degli aiuti Ue

GIORGETTI GARAVAGLIA
Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

A tenere in banco in questi giorni post formazione del nuovo governo e ad agitare il dibattito politico, soprattutto in casa dem, è la questione delle quote rose non rispettate, come se essere donna dovesse necessariamente equivalere ad avere un posto garantito. Le ministre scelte sono 8 su 23, vero, ma come era solito affermare il banchiere Enrico Cuccia “le azioni si pesano, non si contano” e questa massima è applicabile anche alla politica: nell’esecutivo Draghi le esponenti femminili ricoprono ruoli fondamentali: Luciana Lamorgese all’Interno e Marta Cartabia alla Giustizia su tutte.

Al di là del mero dato numerico che talvolta, come nel caso delle solite rivendicazioni tardo femministe, può essere superficiale, la lettura sostanziale da fare semmai è sullo sbilanciamento non di genere ma di rappresentanza territoriale. E qui sia il numero che il “peso” dei ministeri assegnati è nettamente sbilanciato verso il nord. La trazione nordista del resto è stata ben evidenziata dal governatore lombardo Attilio Fontana che in un post su Facebook, nell’augurare buon lavoro ai colleghi leghisti Giancarlo Giorgetti (neo titolare dello Sviluppo Economico, nato a Varese), Massimo Garavaglia (neo ministro del Turismo, originario della provincia di Milano) e Erika Stefani (a cui è stato assegnato il dicastero per le Disabilità, vicentina), ha postato tanto di tabella con le regioni di appartenenza dei ministri in cui spiccano i nove lombardi (in netta maggioranza) e i quattro veneti.

Tanto che ha pure scritto con orgoglio: “La Lombardia è pronta a mettere tutte le proprie energie a disposizione per superare emergenze e crisi. Quando c’è da lavorare i lombardi si rimboccano le maniche”, come se nel resto d’Italia fossero tutti notoriamente fannulloni, ma del resto si sa, alcuni pregiudizi sono duri a morire, In ogni caso sui 23 ministri scelti ben 18 sono nati in regioni settentrionali. Solo 4 provengono dal Sud e il solo Enrico Giovannini è del centro Italia (è romano). Se vogliamo aggiungere anche Draghi (nato anch’egli Roma) e il sottosegretario Garofoli (Taranto), la rappresentanza del Sud sale a cinque e quella del centro a due.

Una netta discontinuità rispetto al Conte Bis che aveva una larga maggioranza di ministri del meridione e comunque, anche in questo caso, la di là dei numeri ci sono due considerazioni da fare: i ministeri “economici” (Mef e Mise) sono in mano a due esponenti del nord (il già citato Gioregtti e il tecnico Daniele Franco, della provincia di Belluno, entrambi vicinissini al premier) così come è in mano ad un milanese, Paolo Cingolani, già responsabile dell’innovazione tecnologica di Leonardo, il nuovo “super ministero” della Transizione ecologica, a cui probabilmente toccherà gestire una bella fetta dei fondi europei in arrivo col Recovery.

Capacità di spesa (cioè il cosiddetto Portafoglio) anche per il neo ministero del Turismo, assegnato all’ex viceministro dell’Economia nel governo Conte 1, il leghista Garavaglia, convinto assertore della flat tax, che ha subito esplicitato la necessità di abbassare le tasse “in modo mirato su settori specifici come per esempio il turismo, gli alberghi, i ristoranti”. Il turismo è un settore strategico per il nostro Paese: produce (dati pre-Covid) il 13% del Pil, e impegna il 15% della forza lavoro, vale a dire circa 3,5 milioni di persone.

Il comparto, in base ai dati di Confcommercio, contribuisce per 44 miliardi alla bilancia commerciale italiana e registra un valore della produzione di 190 miliardi; sarà difficile dunque per il confermato ministro alla Salute Roberto Speranza pensare di poter prendere decisioni senza fare i conti coi colleghi (anche perché ora agli Affari Regionali c’è una lombarda molto attenta alle categorie produttive, Maria Stella Gelmini di FI, non certo il pugliese Boccia del Pd.

Non a caso Garavaglia ieri ha paralto senza mezzi termini di “mancato rispetto per i lavoratori della montagna” in relazione all’ordinanza di Speranza che ha stoppato l’apertura dello sci amatoriale a poche ore dalla programmata riattivazione degli impianti, definendo “assurda” la normativa attuale che prevede che il ministro competente possa prendere decisioni in autonomia”. Rabbia anche dai territori del Nord: c’è chi come il Piemonte, il cui governatore Cirio è collega di partito della Gelmini, oltre a chiedere “ristori subito”, valuta di costituirsi parte civile, al fianco dei gestori, per chiedere indennizzi proporzionati alla quantificazione dei danni.