Governo avanti fino al 2023. Smentite destre, gufi e giornali. Di Maio e Franceschini compattano la maggioranza. Un nuovo passo verso l’idea di un’intesa stabile

di Carmine Gazzanni
Politica

Tra possibili sconfitte alle prossime elezioni regionali di settembre, un referendum che può delegittimare l’attuale Parlamento, una Confindustria ostile e una crisi post-Covid definita dallo stesso ministro dell’Economia Roberto Gualtieri “devastante”, l’orizzonte autunnale del governo appare sempre più cupo. Resta, però, una certezza assoluta: tanto per il Partito democratico quanto per il Movimento cinque stelle Giuseppe Conte è e resta leader indiscusso del governo. A dirlo chiaramente – e non a caso all’unisono – sono stati ieri Dario Franceschini in un’intervista di Repubblica e Luigi Di Maio, secondo quanto riportato in un retroscena pubblicato dal Corriere della Sera. I due capi delegazione sono stati più che eloquenti: Conte non si tocca.

“Il Paese ci chiede di essere all’altezza della sfida, accantonando toni rissosi e interessi di parte e lavorando come una squadra. Per questo confesso di essere molto stanco di retroscena che dipingono ogni fisiologica e utile discussione nel governo sul merito di norme e provvedimenti, come un agguato”, ha sentenziato il ministro dei Beni culturali. “Tornare al voto ora sarebbe impensabile. C’è un Paese in ginocchio dopo una crisi senza precedenti e dobbiamo solo rimboccarci le maniche, tutti, in questo momento”, avrebbe invece ribadito il titolare della Farnesina.

A BOCCA ASCIUTTA. Nelle retrovie delle opposizioni c’è, però, chi continua a lavorare per far cadere l’esecutivo. L’obiettivo dichiarato dai più è arrivare all’elezione del prossimo presidente della Repubblica con un nuovo scacchiere e, soprattutto, una nuova maggioranza. Sergio Mattarella è ben consapevole che proprio lui, la persona che più di ogni altra spalleggia per la tenuta di quest’esecutivo in un periodo così difficile per il nostro Paese, si ritrovi a ricoprire il ruolo per cui potrebbe saltare il tavolo. Non è un caso che nei giorni scorsi il Colle ha fatto sapere ai partiti che occorrono ancora 18 mesi prima che le Camere si riuniscano per eleggere il suo successore. E, in questo periodo, c’è un Paese a cui pensare e una crisi da affrontare.

C’è da dire, però, che anche all’interno dei partiti di maggioranza non mancano voci dissonanti, voci che – seppure non lo direbbero mai – non sarebbero così scontenti se Conte dovesse cadere. Che la linea all’interno tanto del Pd quanto dei Cinque stelle non raccolga unanimi consensi, è d’altronde storia nota. Da una parte l’ha dimostrato Giorgio Gori andando all’attacco di Nicola Zingaretti, dall’altra Alessandro Di Battista non ha lesinato critiche alla strada intrapresa dai pentastellati, chiedendo addirittura un congresso di riorganizzazione del partito. Un simile confuso quadro rende, dunque, le parole di Franceschini e di Di Maio ancora più importanti. L’obiettivo, d’altronde, è dichiarato: Conte deve durare innanzitutto per scongiurare una “Papeete 2.0” e soprattutto per fare in modo che ad eleggere la carica più alta dello Stato non sia il duo Matteo Salvini-Giorgia Meloni, che potrebbero a quel punto anche pensare all’ipotesi, oggi assolutamente remota, di Silvio Berlusconi al Quirinale.

MANOVRE POLITICHE. C’è però anche dell’altro. Alla questione politica, infatti, si aggiunge anche una componente partitica e, se così vogliamo dire, di “sistema”. La questione relativa ad un’alleanza stabile tra Pd e Movimento cinque stelle – lo si sa – tiene banco da settimane all’interno non solo dei gruppi parlamentari ma anche delle segreterie e delle dirigenze delle due forze politiche. Al momento tanto Zingaretti quanto Di Maio e Vito Crimi sanno bene che M5S e Pd possono competere con la destra solo se uniti e coesi. Certo: resta il problema – non secondario – di capire come potrebbe recepire un accordo stabile, che ricorra in tutte le competizioni elettorali, l’elettorato. Ed è questo un problema tanto per i dem quanto per i Cinque stelle.

Ecco spiegato il motivo per cui ci si continua a muovere passo dopo passo, provando a fare il minor rumore possibile. Ma sempre in una convinzione profonda: visto l’altissimo gradimento che caratterizza la figura di Conte, le due forze politiche sanno bene che un’alleanza potrebbe essere ben vista nel momento in cui si riproponesse la leadership di Conte. La cui tenuta, dunque, va difesa. Sempre e all’unisono. Proprio come fatto capire in questi giorni.