Governo di salvezza nazionale. I giallorossi blindano Conte. Appello del Presidente del Consiglio per espandere la coalizione. Il reincarico appeso ai costruttori

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La grande incognita ancora una volta si chiama Matteo Renzi. Ieri Giuseppe Conte si è dimesso. Prima un consiglio dei ministri, poi la salita al Colle, il colloquio con Sergio Mattarella e la rituale visita ai presidenti di Senato e Camera, Casellati e Fico. Ma il pensiero corre già ad oggi pomeriggio, quando al Quirinale cominceranno le consultazioni. Pd, M5S e Leu faranno il nome di Conte. E Italia viva? Renzi, la cui massima ambizione rimane quella di sostituire l’avvocato pugliese, aspetta di capire se riuscirà a formarsi il gruppo dei “costruttori” e in caso di fallimento di tale operazione è pronto a tirare fuori dal cilindro un altro nome per Palazzo Chigi.

Ma nell’attesa si gioca a carte semi-coperte. E se Ettore Rosato e Teresa Bellanova continuano a ripetere che non ci sono veti su nessuno, l’ex sottosegretario Ivan Scalfarotto dice che “alle consultazioni non faremo nomi”. In serata, nella sua newsletter, Renzi pare gongolare: “Il presidente Conte ha preso atto di non avere i numeri e si è dimesso. Dopo giorni di fango contro di noi, tutto è più chiaro. Non è Italia viva ad aver aperto una crisi: è l’Italia che deve affrontare una crisi da far tremare i polsi”. Ribadisce le critiche al Recovery plan, chiede un governo serio, di legislatura, europeista. E assicura: “Noi andremo al Quirinale senza pregiudizi”.

Si capisce allora che diventa cruciale per la sopravvivenza del premier la formazione della cosiddetta quarta gamba, di un gruppo di volenterosi che possa salire al Colle. Conte lancia sui social il suo appello: “è il momento che emergano in Parlamento le voci che hanno a cuore le sorti della Repubblica. Le mie dimissioni sono al servizio di questa possibilità: la formazione di un nuovo governo che offra una prospettiva di salvezza nazionale. Serve un’alleanza, nelle forme in cui si potrà diversamente realizzare, di chiara lealtà europeista, in grado di attuare le decisioni che premono, per approvare una riforma elettorale di stampo proporzionale e le riforme istituzionali e costituzionali, come la sfiducia costruttiva, che garantiscano il pluralismo della rappresentanza unitamente a una maggiore stabilità del sistema politico”.

E conclude con l’augurio che l’Italia rialzi la testa, “al di là di chi sarà chiamato a guidarla”. L’allargamento della maggioranza in prospettiva secondo i dem potrebbe consentire il rientro in gioco anche di Renzi ma in una posizione non più di forza. “Nessuno può mettere veti”, dice Deborah Serracchiani, “prendiamo atto che lo stesso Renzi ha detto che non debbano esserci veti su Conte”. E figuriamoci se vuol sentir pare di veti il dem, ex renziano di ferro, Andrea Marcucci. Che dice per giunta: “Sì a Conte ma non a tutti i costi”. Goffredo Bettini, da parte sua, ribadisce la linea ufficiale del Pd che rimane quella di andare avanti su Conte e sprona a un “allargamento della maggioranza in tempi brevi, modi chiari, nel segno dell’europeismo e senza uno stucchevole dibattito politicista e astratto” su altri nomi alternativi a quello dell’attuale premier.

Linea che verrà ribadita oggi durante la direzione del partito. Alfonso Bonafede per il M5S ribadisce che è “il momento di confermare la compattezza attorno a Conte”. Gli dà man forte il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio: “Il M5S rimane il baricentro del Paese e insieme al presidente Giuseppe Conte offriremo il nostro contributo per la stabilità”. In Cdm al momento di comunicare la sua decisione di rassegnare le dimissioni il premier ha ringraziato tutti. “Abbiamo affrontato la pandemia e una delle fasi più difficili della storia repubblicana al meglio delle nostre capacità e crediamo con molti risultati positivi, grazie alla guida del presidente Conte e al sostegno delle nostre forze politiche”, le parole di Dario Franceschini. La partita comincia oggi e nessuno scenario è escluso, a partire dal ritorno alle urne.