Gran bazar Pd, Renzi chiede la tregua e la minoranza alza il prezzo. Posti in segreteria e nel listino

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram

La tregua nel Partito democratico chiesta da Matteo Renzi è possibile. Ma deve avere un prezzo. Una contropartita alla minoranza fin da subito. Che non può essere la promessa – già fatta da tempo – di avere il Senato elettivo. Serve ben altro. Per esempio la garanzia di posti di spicco nella segreteria. Il compito della trattativa sarà affidato al vicesegretario Lorenzo Guerini, insieme al presidente del Pd Matteo Orfini. Certo, le nomine saranno ratificate dopo le elezioni comunali. Ma serve un impegno preciso, Che deve proseguire, in futuro, con un adeguato numero di posti nel listino bloccato alle prossime elezioni.

LISTA DI RICHIESTE – Dopo l’assemblea dei parlamentari del Pd, con il segretario Renzi che ha chiesto almeno sei mesi di pace, la sinistra del partito ha tracciato un bilancio. E ha presentato, in via informale, una lista di richieste inderogabili. Perché altrimenti gli appelli in favore della moratoria nel Pd non saranno ascoltati. Gianni Cuperlo ha già dettato la linea, derubricando l’intervento di Renzi a uno spettacolo di cabaret. “Ho sentito un lungo monologo corredato anche da qualche imitazione. Se uno voleva trascorrere la serata anche con momenti di divertimento, andava bene”. Insomma, non ci sono i contenuti. E per questo l’ex candidato alle primarie ha sottolineato: “Non ho sentito questa sera un appello alla mobilitazione sulle amministrative, che sono invece la priorità”. Sulla stessa lunghezza d’onda si è collocato anche il deputato bersaniano, Davide Zoggia. “Trovo sbagliato il mancato riferimento alle elezioni amministrative. Capisco che ci sono preoccupazioni sul risultato. Ma non si possono allontanare i problemi, evitando di parlarne”, ha detto a La Notizia. E ha aggiunto: “Non è che si possa pensare che faccia bene vedere Verdini in giro a sostenere il Pd. Credo che la questione possa farci perdere voti”.

SGARBI E POLTRONE – “Renzi chiede unità a livello nazionale, ma poi sui territori segue altre logiche”, spiega un esponente della minoranza. Il riferimento è alla Basilicata, feudo elettorale dei fratelli Pittella (Gianni è europarlamentare e Marcello presidente della Regione), dove Piero Lacorazza, molto vicino a Roberto Speranza, è stato rimosso dal ruolo di presidente del consiglio regionale. Per una doppia colpa: aver sostenuto il referendum anti-trivelle ed essere rimasto vicino alla sinistra dem. Un boccone amaro che proprio Speranza – benedetto anche dall’ex segretario Pier Luigi Bersani come candidato al congresso in ottica anti-Renzi – non ha digerito. Perciò l’eventuale patto per la tregua prescrive lo stop a operazioni del genere. E non solo. Bisogna anche pensare alle cose concrete, come il peso degli incarichi da distribuire in segreteria. “Non deve essere come ora una propaggine del Governo. Perché oggi come oggi sono posti inutili. Bisogna avere dei responsabili che indichino la linea del partito sui singoli temi”, spiega un altro deputato della minoranza. La promessa di Renzi è quella di fare le sostituzioni in segreteria – che peraltro non si riunisce da mesi – dopo il voto di giugno. Quando sarà più facile indicare qualche capro espiatorio, da sostituire con la sinistra del partito. Sul tavolo del confronto ci sarà un altro elemento: il congresso del partito da celebrare prima delle elezioni. Il motivo? La ripartizione dei seggi sicuri devono essere avvenire in maniera proporzionale. “Sulla base degli equilibri del partito”, precisa una fonte interna. Perché – al momento – il timore è che Renzi non abbia intenzione di cedere al principio del Manuale Cencelli della spartizione dei seggi. Blindando il prossimo Parlamento con tutto i suoi fedelissimi. Ma, se davvero vuole schiacciare la minoranza, può scordarsi la tregua. Se l’ha chiesta, deve sapere che ha un prezzo salato.