Guerra di poltrone e veti incrociati. Ancora stallo sui sottosegretari. Quote rosa, scissioni e regolamenti di conti interni. Le beghe di partito fanno slittare di nuovo le nomine

NICOLA MOLTENI
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Come prevedibile, la partita per assegnare i posti di sottogoverno dell’esecutivo Draghi è molto più complicata del previsto e se il premier si era illuso di poterla concludere addirittura il week end scorso o al massimo ieri nel corso del Consiglio dei ministri convocato per le 9.30, non aveva fatto i calcoli con una matassa ingarbugliata dagli appetiti dei numerosi partiti che compongono la sua maggioranza, dai veti incrociati, dalle rivendicazioni di genere, dalle epurazioni degli ultimi giorni, dagli equilibri da rispettare.

Ma andiamo con ordine: nelle intenzioni dell’ex numero uno della Bce la ripartizione dovrebbe essere il più possibile equilibrata e tenere conto della forza numerica di ciascun partito presente in Parlamento, ma l’espulsione di circa una quarantina fra deputati e senatori pentastellati a seguito del voto contrario e dell’astensione alla fiducia, complica la situazione con Matteo Salvini che reclama una sorta di golden share, affermando che il centrodestra (FI e Lega, visto che FdI di Giorgia Meloni è saldamente all’opposizione) detenga ora la maggioranza.

Si schermisce, il leader del Carroccio, e afferma che “serve ancora qualche giorno ma la Lega è tranquillissima e come per i ministri, attendiamo che sia il presidente Draghi a decidere. Noi non abbiamo chiesto nulla”. In realtà ha chiesto eccome e i suoi desiderata sono in primis verso il Viminale a cui aspira il fedelissimo Nicola Molteni (nella foto) anche se i dem preferirebbero un nome meno divisivo come Stefano Candiani e per la Giustizia con Giulia Bongiorno (viene dato favorito per via Arenula, ad affiancare la tecnica Marta Cartabia anche Francesco Paolo Sisto, responsabile giustizia azzurro mentre i Cinque Stelle premono per Francesca Businarolo o Gianluca Perilli e Iv per Gennaro Migliore).

Ma la Lega è in pressing anche per Lucia Borgonzoni alla Cultura o all’Istruzione, Luca Coletto alla Salute (dove è quasi certa la riconferma del pentastellato Pierpaolo Sileri), Gugliemo Picchi alla Farnesina, Edoardo Rixi al Mit, dove è in corsa anche l’Udc Antonio Saccone. In ogni caso nel mosaico in via di definizione (l’obiettivo, in assenza di nuovi intoppi, sarebbe quello di chiudere entro domani ma non si esclude un nuovo slittamento) sarebbero 11 posti per il M5S, 8 al Pd e Lega, 7 a Forza Italia, 2 a Italia Viva e uno a testa a Leu, Maie, + Europa e Autonomie e centristi.

Sul fronte del Mef guidato dal ministro Daniele Franco, si passerebbe dai 4 posti del precedente governo (due viceministri e due sottosegretari) a cinque: uno per i pentastellati che vedono in pole la riconferma di Laura Castelli; uno al Pd dove si prefigura un’altra riconferma con l’ex viceministro Antonio Misiani, un posto alla Lega (si parla di Massimo Bitonci); una a Forza Italia ed un ultimo posto conteso tra Leu e Iv che vorrebbe Luigi Marattin.

In casa Pd a tenere banco è sempre la questione femminile: anche se da Palazzo Chigi sarebbe arrivata l’indicazione di avere una quota rosa di sottogoverno superiore alla metà (si parla del 60%) la discussione non si è placata e alcune esponenti dem, come Giuditta Pini, chiedono di attendere la Direzione di giovedì prossimo prima di varare qualsiasi nomina. Comunque sia, dal Nazareno contano di bilanciare continuità e pari rappresentanza per questo si parla della conferma di Andrea Martella (Editoria), Matteo Mauri (Interno) e di cinque donne tra cui Alessia Morani (Mise), Simona Malpezzi (Rapporti con il Parlamento), Sandra Zampa (Salute), Marina Sereni (Esteri), Francesca Puglisi (Lavoro), Anna Ascani (Scuola), Lorenza Bonaccorsi (Cultura).