Guerra di poltrone, raffica di lettere dal Tesoro. Così il ministero forza la mano sulla legge Madia chiedendo amministratori unici

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Una raffica di lettere sta mettendo in subbuglio il poliedrico mondo delle società controllate dal Tesoro. E sta diffondendo il timore che dietro la firma di un funzionario del Tesoro ci sia una “manina” che in realtà punta alla strategica partita delle poltrone in programma fra qualche mese. Nelle missive è contenuta una richiesta choc, almeno per quanto riguarda i tempi e il merito. In sostanza via XX Settembre sta chiedendo alle sue controllate, eccezion fatta per le società quotate, di adeguare gli statuti ai dettami dell’ormai famosa legge Madia di riforma della pubblica amministrazione. In particolare viene citato un dlgs attuativo della legge, il n. 175 del 2016, il cosiddetto “decreto partecipate”. E si chiede alle società di adeguarsi a diversi adempimenti qui previsti, a cominciare dall’adozione di un amministratore unico al posto degli attuali consigli di amministrazione. Il fatto è che di recente la legge Madia è stata dichiarata incostituzionale nella parte in cui prevede che l’attuazione della stessa, attraverso i decreti legislativi, possa avvenire con il semplice parere della Conferenza Stato-Regioni, quando invece sarebbe necessaria una previa intesa. Una situazione che sembrerebbe minare alla base anche i relativi decreti. Da qui la domanda: perché il Tesoro, guidato dal confermato Pier Carlo Padoan, sta forzando la mano chiedendo l’adeguamento a un decreto a dir poco ballerino, attuativo di una legge dichiarata incostituzionale? Anzi, il decreto è più che ballerino. “Finché non c’è un’intesa con le Regioni, e una conseguente riformulazione, il decreto è illegittimo”, ha spiegato senza mezzi termini a La Notizia Luca Antonini, ordinario di diritto costituzionale a Padova che ha assistito la Regione Veneto nell’impugnazione della legge Madia davanti alla Consulta. Antonini ha aggiunto che “ogni atto di applicazione è impugnabile al Tar”.

Le variabili – Di più, perché lo stesso ha confermato che tra i decreti impugnati dalla regione Veneto c’è proprio quello sulle partecipate. Poi la tempistica. In base a quanto hanno riferito fonti di diverse società del Mef, la missiva è datata 22 novembre 2016 ed è firmata da Antonino Turicchi, capo della direzione VII del Tesoro (Finanza e Privatizzazioni). La sentenza con cui la Consulta ha smontato la legge Madia è del 25 novembre, quindi di poco successiva. Per il dicastero di via XX Settembre, a quanto pare, il tempismo è stato di una fortunatissima perfezione. Poi però è intervenuta la Consulta. Ma nonostante questo, hanno riferito le stesse società, con una e-mail inviata da un funzionario il Tesoro ha insistito chiedendo l’adeguamento al decreto partecipate.

Gli interessati – Ma quali sono le società a cui la missiva è stata inviata? Nell’elenco ci sarebbero Sogesid, Sogei, Consip, Consap, Eur Spa, Invimit, Gse, Sose, Studiare Sviluppo, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato. Insomma, società di seconda fascia, ma comunque molto importanti. La Notizia, naturalmente, ha chiesto al ministero quali adeguamenti sono stati chiesti nelle varie lettere. Ma l’ufficio del portavoce e l’ufficio stampa del ministro dell’economia si sono eclissati nel silenzio più totale. Alla faccia della trasparenza. Fortuna che qualche società, a dispetto del taciturno controllore, ha fornito qualche dettaglio in più. Eur Spa e Gse (Gestore dei servizi energetici) hanno confermato di aver ricevuto una missiva in cui è stato chiesto l’adeguamento dello statuto in previsione di un amministratore unico. Fonti interne a Sogei e Consap, invece, hanno detto di aver ricevuto la lettera, ma per adempimenti diversi da quello che richiede l’amministratore unico. Ma ad avvolgere l’intera vicenda in una tela intricata è un altro dettaglio. L’art 11 del “decreto partecipate” dice che di norma le società a controllo pubblico dovranno adottare un amministratore unico. Poi però prevede che un decreto del presidente del Consiglio potrà individuare alcune società sottratte a questo principio. Ma non si ha notizia dell’emanazione di questo decreto. E allora, perché alcune società sì e altre no? Il silenzio del Tesoro non giova a nessuno. E conferma l’incredibile pateracchio combinato a via XX Settembre.

Tw: @SSansonetti

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