Guerre e veleni in toga

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Di Luigi Ferrarella per Il Corriere della Sera

All’indomani delle critiche della I commissione del Csm al capo dell’antimafia milanese Ilda Boccassini per la contestata non collaborazione del suo pool alla banca dati della Procura nazionale antimafia (Pna), proprio il magistrato della Pna che oggi tiene i collegamenti tra la Pna di Franco Roberti e Milano, cioè Anna Canepa, difende Boccassini e rovescia la ricostruzione del Csm.

Canepa, infatti, lamenta che «la ricostruzione dei fatti nel periodo da me coordinato» (prima 2009/2012 e poi 2013/2014, con in mezzo la parentesi del collega Filippo Spiezia in collisione con Boccassini) «travisa» la realtà sia perché «segnala esclusivamente criticità legate ad una impostazione risalente» alla precedente gestione della Procura milanese di Manlio Minale (oggi procuratore generale), «definitivamente superata nella pubblica presa di posizione del procuratore Bruti nella riunione di coordinamento del 23 ottobre 2010»; sia perché «non dà atto del complessivo proficuo e costruttivo rapporto portato avanti dal mio ufficio con Milano nella persona dell’aggiunto Boccassini e del procuratore Bruti».

Canepa va oltre, e dietro la delibera unanime della commissione Csm addita letture «ancora una volta strumentali a screditare l’Antimafia di Milano, come a suo tempo fatto rilevare anche dal Pna, piuttosto che a valorizzarne i risultati conseguiti» contro le cosche.

Giusta o sbagliata che sia questa lettura, di certo corrisponde anche al sentimento che Bruti confida in questi giorni ai suoi collaboratori, esprimendo (come nella relazione al Csm sull’esposto dell’aggiunto Robledo) «una amarezza che va ben al di là della mia persona: rimarrà comunque la polemica pubblica in cui, per la prima volta, non la persona del Procuratore, ma l’ufficio della Procura di Milano è stato coinvolto».

Bruti assume cioè come un’ingiustizia paradossale il fatto che gli venga adombrata una gestione troppo verticistica dei fascicoli, quando invece egli ritiene di essere se mai stato troppo «democratico», cioè di aver dato trasparenza a criteri di assegnazione che sotto la gestione Minale sarebbero stati a suo avviso assai più indefiniti, e tuttavia mai contestati dai vari pm.

Non a caso, nell’assemblea dell’ufficio sui nuovi criteri organizzativi, ha retoricamente chiesto al collega Spataro come all’epoca di Minale gli fosse stato assegnato il processo Abu Omar, sequestro che non andò al pool teoricamente competente su questo tipo di reato, ma a Pomarici-Dambruoso (prima) e Spataro (dopo) per connessione con l’indagine di terrorismo che pendeva a su Abu Omar.

Da ora in poi, però, Bruti sembra voler rivendicare un piglio decisionista, tanto da non far passare quasi giorno senza una circolare che depotenzia sempre più l’aggiunto Robledo. Ieri, con una lunga motivazione, l’ha escluso dalla trattazione del filone di inchiesta sul Mose di Venezia trasferita per competenza a Milano sul generale GdF Spaziante e l’imprenditore Meneguzzo: fascicolo che Bruti ha assegnato a se stesso e coassegnato ai pm Pellicano e Orsi.