Guida collegiale M5S con Di Battista. Tramontato il rischio di scissione. L’asse tra l’ex deputato e Casaleggio è meno solido. Si attende un segno di pace dal presidente di Rousseau

di Giuseppe Vatinno
Politica

Si avvicinano gli Stati Generali dei Cinque Stelle e si allontana la possibilità di una scissione del gruppo legato ad Alessandro Di Battista. Che in un video postato da attivisti romani con cui si è incontrato ha detto: “Io non ho nessun problema a cambiare la figura del capo politico in un organo collegiale, anche se so che una parte del Movimento lo fa, non per convinzione, ma per timore che possa fare il capo politico io”. Dunque, prove pratiche di disgelo dopo mesi di tensione interna con la prospettiva di una scissione proprio agli Stati Generali.

ANIMA NERA. Da tempo si è creato un asse tra Di Battista e un attuale altro scontento del Movimento e cioè Davide Casaleggio – contrario alla guida collegiale- che era arrivato ad esternare una polemica interna sul Blog delle Stelle che gestisce per il Movimento dichiarando: “Toglieremo il supporto di Rousseau se il capo politico del Movimento decidesse di trasformare i 5S in partito”. Il post era stato poi cancellato dal Collegio dei Garanti. Un asse sovranista e populista che rappresenta alcuni valori originari dei Cinque Stelle e che è più legato alla passata esperienza di governo giallo-verde che a quella attuale giallo-rossa.

Potremmo parlare di “anima nera” e tellurica dei grillini che è sempre rimasta attiva pur scomparendo, carsicamente, in determinati periodi politici. Tuttavia le dichiarazioni di Di Battista se da un lato allontanano i pericoli di scissione e dimostrano una volontà di confronto dall’altro mettono ancora dei paletti su alcuni punti fondamentali. Uno di questi è la regola dei due mandati che il gruppo dirigente vorrebbe abolire per permettere una terza esperienza parlamentare.

Di Battista di mandati ne ha avuto uno solo, anzi aveva accettato anche per questo di stare fermo un giro e mai si sarebbe aspettato un attacco a questo fondamento dei valori originali e quindi è ostile: “Mi auguro che gli stati generali siano soprattutto per definire un’agenda da qui al 2030. Poi ci sono i valori e l’organizzazione del M5S. Oggi è in atto una diatriba interna tra chi vorrebbe proseguire a tempo indeterminato la propria carriera politica e chi combatte la politica professionista”.

Come è stato critico anche con l’alleanza con il Partito democratico e poi si è soffermato su un punto e cioè che lui non è “antigovernista” affatto, anzi è un governista convinto, che potrebbe essere anche un modo per proporsi in un ministero, ipotesi che si era già affacciata tempo fa e fu vanificata a suo tempo proprio da Renzi che in cambio voleva anche Maria Elena Boschi. Dunque la sensazione che si raccoglie da quanto dichiarato è quella – come detto – di allontanare ipotesi di scissione e di una volontà di partecipare costruttivamente agli Stati Generali.

ALLE CORDE. Di Battista quindi c’è, è nel Movimento, ha una visione molto diversa da quella della maggioranza ma vuole contribuire dall’interno ad un percorso comune. Questo acting out dell’ex deputato mette ora all’angolo Casaleggio jr. che, di fatto, si trova completamente isolato nelle sue solitarie rivendicazioni. Anche questo è un fatto importante per capire i giochi del prossimo “congresso” in cui c’è l’occasione, come dice lo stesso Di Battista, di ricostruire una comunità ed una agenda fino al 2030. Insomma Dibba c’è e marcia insieme a noi, potrebbero dire gli attivisti. A questo punto Casaleggio deve rimodulare la sua attività di Presidente di Rousseau e capire come ricostruire un rapporto messo in crisi dagli ultimi avvenimenti.