I 35 badanti del Parlamento che saggiamente faranno flop

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di Vittorio Pezzuto

Sono due i lasciti durevoli che vanno con onestà intellettuale riconosciuti al governo Monti: aver riconsegnato all’irrilevanza politica un tecnocrate di livello europeo soltanto pochi mesi prima accolto come un Messia dagli immensi poteri taumaturgici ma ben presto rivelatosi un satiro affascinato in età senile dal potere (la facilità con la quale ha ottenuto il laticlavio a vita lo aveva convinto che nessun ostacolo, neanche una sconfitta elettorale, potesse frapporsi tra lui e il Quirinale o la presidenza del Senato); aver definitivamente sputtanato il termine “tecnico”, mandando al macero le convinzioni di chi s’illudeva che la società civile italiana potesse colmare con la propria supposta competenza il vuoto di idee e di azione creato dal fallimento della classe politica.
Archiviata senza troppi rimpianti questa (ennesima) effimera stagione, il gattopardismo consociativo che permea l’essenza stessa del Paese cercava un nuovo e appetibile packaging che rivestisse con toni sgargianti la sua realtà immobile. Lo ha trovato estraendo dall’esausta miniera degli artifizi semantici un nuovo filone, quello dei “saggi”. Nella loro prima edizione, commissionata direttamente dal capo dello Stato, questi sono serviti a guadagnare (e quindi a perdere) tempo in attesa della formazione di un nuovo esecutivo. Una finzione smascherata dall’involontaria sincerità strappata in radio a Valerio Onida e che comunque è servita da acconcia anticamera ministeriale a due suoi componenti: Enrico Giovannini e Gaetano Quagliariello.
Stavolta si replica a soggetto, con 35 attori debuttanti che avanzano ancora incerti al centro del palcoscenico nazionale. Convocati dal governo Letta (e quindi dal suo tutore Napolitano) con l’incarico di ridisegnare a tappe forzate un progetto di nuova architettura costituzionale dello Stato, dovranno in sostanza svolgere il ruolo di badanti accademici ai 40 parlamentari del Comitato paritetico Camera-Senato (insomma, una Bicamerale a loro insaputa) che il Consiglio dei ministri ieri ha istituito varando un disegno di legge costituzionale ad hoc.
Si prestano così in buona fede a una procedura barocca, contorta, arzigigolata e inutile che, oltre ad arricchire il loro curriculum potrà solo svolgere una funzione di alibi per l’inconcludenza dei partiti.

Tempi lunghi
Il “saggio” Stefano Ceccanti è così saggio da riconoscerlo implicitamente: «Sia chiaro, le decisioni sono una responsabilità esclusiva delle forze politiche. Noi siamo stati chiamati per essere soltanto dei facilitatori. Possiamo fare un bel dibattito, scrivere degli ottimi testi ma le scelte poi dovranno farle loro. Anche perché non è che si possa pensare che un fallimento di questo percorso non avrebbe conseguenze esiziali per il governo Letta e la stessa legislatura. Il quadro complessivo è già troppo sfrangiato per reggere a uno scenario del genere. Rischieremmo così di andare a elezioni non risolutive». Il costituzionalista spiega la lunghezza disarmante dell’iter previsto: «Il comitato dei 40 parlamentari riceverà il nostro lavoro ed entrerà nel vivo delle questioni dopo la ripresa estiva, a ottobre-novembre». Guarda caso lo stesso periodo in cui, stando alle indiscrezioni che circolano nel Palazzo, potrebbero tenersi le elezioni nel caso di una condanna definitiva di Silvio Berlusconi.
Ex senatore del Pd e professore ordinario dell’Università Roma Tre, Ceccanti riassume bene le due condizioni necessarie per far parte del gruppo dei Trentacinque: una solida reputazione da studioso e un chiaro orientamento politico. Perché la lottizzazione c’è stata, inutile nasconderlo. Ha indignato gli esclusi (soprattutto i colleghi napoletani) ed è servita a togliere dalla naftalina personaggi disoccupati come Luciano Violante, Francesco D’Onofrio e Franco Frattini. «Ma secondo me – obietta Ceccanti – è anche normale che si sia chiesto ai gruppi parlamentari di intervenire nella scelta dei componenti della Commissione. Anche perché, senza di essa, si sarebbero comunque avvalsi delle competenze tecniche ritenute più utili».
Sarebbe stato quindi un buon motivo per fare a meno di questo strumento. Ma si sa, serviva dare un segnale. E basterebbe sfogliare il dizionario dei contrari per scoprire alla voce “saggio” il giudizio che Quirinale e governo attribuiscono alle autonome capacità dell’attuale Parlamento: “Lento, ottuso, stupido, stolto”.

 

«NAPOLITANO CI HA ESORTATO CONTRO LO SCETTICISMO»
Per il professor Caravita va subito eliminato il bicameralismo perfetto

«Ritengo che un momento di confronto sufficientemente ampio tra le diverse posizioni dottrinali non sia poi un’idea così malvagia. Così come la politica ha bisogno di deporre le armi per capire come chiudere al meglio questo processo di riforma, così questo nostro lavoro comune può servire a partorire un progetto digeribile alle forze politiche, aiutandole a chiarirsi le idee sulle diverse opzioni possibili». Anche il professor Beniamino Caravita di Toritto, ordinario di Diritto Pubblico all’Università La Sapienza di Roma, è pronto a lavorare dalla prossima settimana con gli altri 34 saggi appena nominati dal governo Letta, così contribuendo nei prossimi 3-4 mesi alla stesura del materiale scientifico di supporto al Comitato parlamentare dei 40 che nel frattempo sarà stato istituito con legge costituzionale e che avrà il compito di avanzare una proposta alle Camere secondo la procedura ordinaria stabilita dall’articolo 138 della Costituzione. «Nel corso dell’incontro di poche ore fa al Quirinale – racconta – il capo dello Stato, il presidente del Consiglio e il ministro Quagliariello hanno sottolineato come questa fase sia pienamente rispettosa delle procedure parlamentari e ci hanno esortato a lavorare con ottimismo, senza farci prendere dallo scetticismo».

Uno sforzo di realistico ottimismo
Caravita ha letto la dura intervista che il politologo Giovanni Sartori ha rilasciato a La Stampa («I saggi? Ma dove vanno… Sono troppi, non combineranno nulla. Sono stati scelti in rappresentanza dei partiti e dei loro interessi») ma osserva che «in questa commissione c’è dentro un po’ di tutto. Avrei una certa difficoltà a mettere la pecetta di partito a molti suoi membri. In generale siamo persone che stanno da molti anni sulla scena del dibattito delle riforme costituzionali. È vero che alcuni hanno qualche volta ricoperto funzioni istituzionali di grande rilievo ma questo significa soltanto che il pluralismo delle opzioni politiche e culturali è pienamente rispettato».
C’è il rischio che si vada nuovamente a elezioni pochi giorni dopo che avrete consegnato il vostro lavoro al Parlamento… «Non so che dirle. Credo che occorra fare uno sforzo di realistico ottimismo. Ho però l’impressione che in questo momento tutti gli attori abbiano la consapevolezza della necessità di un forte impegno comune a realizzare anche le riforme istituzionali, non solo quelle di tipo economico e sociale».
Caravita ritiene che il primo problema da affrontare sia il superamento dell’attuale bicameralismo perfetto. «Se entrambe le Camere devono dare la fiducia al governo, non c’è legge elettorale che tenga. Nell’attuale situazione politica il rischio di Camere con esiti politici contrapposti è infatti elevatissimo. Si tratta di prevedere una sola Camera con funzioni legislative e decidere se la seconda sia di riflessione (sul modello francese) oppure rappresentativa delle regioni e autonomie locali (sul modello statunitense o tedesco)». Ce la farete? «Noi siamo tecnici che si limitano a fornire alla politica strumenti per la decisione finale, che verrà presa prima dal Parlamento e poi con voto popolare. A fare queste riforme non possono certo essere 10-20 costituzionalisti».