I bar di Roma in mano a Cosa Nostra. Arrestato fedelissimo di Riina jr. Blitz dei carabinieri: in manette 11 persone. Usavano i locali del centro per ripulire denaro sporco

Carabinieri Ros
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Da Trastevere a Testaccio, la Capitale torna a fare i conti con le infiltrazioni mafiose nel suo tessuto imprenditoriale. Che gli appetiti dei clan su Roma non siano una novità, lo sappiamo da tempo ma non può che sorprendere l’ultima operazione con cui i carabinieri del Ros, coordinati dalla Dda di piazzale Clodio, hanno arrestato undici persone tra cui spicca il nome del palermitano Francesco Paolo Maniscalco, quest’ultimo ritenuto uomo di fiducia di Giuseppe Salvatore Riina, figlio del defunto Totò.

Agli arrestati, a seconda delle posizioni, i magistrati contestano il trasferimento fraudolento di valori, la bancarotta fraudolenta, l’autoriciclaggio e diversi reati commessi per agevolare l’associazione mafiosa “Cosa Nostra”. Come accertato dal procuratore aggiunto Ilaria Calò e dal pubblico ministero Stefano Luciani, proprio Maniscalco assieme ai fratelli Salvatore e Benedetto Rubino, anche loro arrestati nel corso del blitz, erano a capo del sodalizio che gestiva bar e pasticcerie a Trastevere e Testaccio. Locali che, per la Procura, erano diventati delle lavatrici in cui ripulire il denaro sporco di Cosa Nostra.

L’INDAGINE. L’operazione è lo sviluppo dell’indagine iniziata nel lontano novembre 2018 a seguito di una confisca di beni ordinata dal Tribunale di Palermo, per ben 15 milioni di euro, a carico di Maniscalco. Quest’ultimo, non è affatto uno sconosciuto agli occhi degli inquirenti in quanto figlio del ben più noto Salvatore, detto “Totuccio”, ossia un “uomo d’onore”, morto nel 2004, ritenuto legato alla “famiglia mafiosa di Corso dei Mille” e diventato uno dei principali imputati del maxi-processo a Cosa Nostra fra gli anni ’80 e ’90. Un pedigree criminale che lo stesso Francesco Paolo sembra aver ereditato tanto che, per i pm, c’era anche lui fra i sette uomini che la notte del 13 agosto 1991 portarono a termine un colpo, per conto di Cosa Nostra, da 10 milioni di euro a Palermo, al Monte dei Pegni, che resta tutt’ora avvolto nel mistero. Fatti dopo i quali l’uomo decide di trasferirsi nella Capitale.

Ma di tornare sulla retta via non vuole saperne. Così si stabilisce in zona Roma nord dove fissa il suo nuovo quartier generale. Proprio da qui, insieme ai fratelli Rubino, attraverso società attive nel settore della gastronomia e grazie a prestanome, avvia un progetto imprenditoriale a Testaccio e Trastevere, con l’apertura del bar pasticceria Sicilia e Duci srl. La rapida espansione dei propri affari finisce, però, per attirare l’attenzione dei pm di Roma che, nel 2016, dispongono un sequestro preventivo a carico della società.

Tuttavia Maniscalco, poco prima dell’esecuzione del provvedimento, assieme agli odierni indagati riesce a precedere le forze dell’ordine svuotando, attraverso la distrazione di beni e capitali a beneficio di altre società appositamente costituite a partire proprio dal 2016, il patrimonio della Sicilia e Duci a cui non resta altro che dichiarare bancarotta. Nonostante le attenzioni sempre più pressanti della magistratura, il sodalizio non si sarebbe mai dato per vinto.

Il 6 giugno 2019, Maniscalco invia un sms, finito agli atti, ad uno degli indagati per chiedergli “per conto di un terzo soggetto, informazioni in merito all’acquisizione di una licenza commerciale per aprire una pizzeria a Trastevere”. Secondo gli inquirenti con questo messaggio, l’uomo stava “ipotizzando di far acquistare a un suo amico la licenza di Pucci” ovvero “una storica famiglia di ristoratori operanti da più generazioni nel quartiere di Trastevere”, uno dei quali “è in accertati rapporti con gli odierni indagati”.

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di Gaetano Pedullà

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