I boss vogliono Gratteri morto. Ma si gioca sulla candidatura

Nella storia di Nicola Gratteri non ci sono solo successi professionali ma anche minacce di morte e l’abbandono da parte delle Istituzioni.

Indagini, arresti e maxi processi. Nella storia del procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, non ci sono solo successi professionali per i quali è diventato un paladino dell’opinione pubblica – come anche gli inevitabili insuccessi che fanno parte del gioco – ma anche le minacce di morte ricevute, l’abbandono da parte delle Istituzioni e quello strano gioco al massacro mediatico portato avanti da prezzolati opinionisti che fanno a gara per affibbiarlo al partito di turno.

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Nella storia del procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, non ci sono solo successi professionali

Per non parlare della carriera professionale che, per un motivo o per un altro, sembra essersi incagliata come avvenuto anche recentemente con la bocciatura al Csm della sua candidatura a procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo. Un ruolo che sembrava perfetto per un uomo che ha fatto della battaglia alla mafia la sua missione tanto da essere considerato – a ragione – come l’erede di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Un ruolo che, tra le altre cose, gli riconoscono perfino i boss che non vedono l’ora di fargli la festa.

Che la ‘ndrangheta abbia promesso al procuratore una punizione è noto da tempo. Minacce che il 6 maggio scorso sono tornate alla ribalta della cronaca con l’allarme dei Servizi segreti convinti che i boss stanno progettando di “fare saltare in aria” il magistrato, definito “un morto che cammina”. Un progetto criminoso che presenterebbe evidenti similitudini con quelli che hanno messo fine alle vite di Falcone e Borsellino tanto che nell’informativa, pubblicata dal Fatto Quotidiano, si legge che “l’attentato si sarebbe dovuto consumare lungo il tragitto che collega l’abitazione del magistrato e il suo ufficio”.

Che si tratti di una pista concreta lo dicono chiaro e tondo gli 007 che hanno informato il Ministero dell’Interno che ha rinforzato la scorta, già disposta anni fa per precedenti minacce, aggiungendo tre auto blindate. Davanti a un progetto omicida ai danni di un uomo dello Stato sarebbe lecito aspettarsi il supporto delle Istituzioni. Peccato che ciò non è avvenuto come ha spiegato lo stesso Gratteri, a Otto e mezzo su La7 (qui il video), ammettendo che “dopo la notizia dell’attentato che volevano compiere contro di me, né Draghi né la ministra Cartabia mi hanno chiamato”.

Eppure lo stesso magistrato ha ammesso: “Sì, ho paura. Però cerco di addomesticarla, di ragionare con la morte e di razionalizzare il pericolo. Finora ci sono riuscito e vado avanti, perché non c’è alternativa. Se mi fermo, mi sento un vigliacco e non ha senso vivere da vigliacco”.

Ma Gratteri non è il tipo che le manda a dire e subito dopo ha tirato le orecchie al premier Mario Draghi e alla ministra Marta Cartabia visto che, secondo lui, in fatto di lotta alla mafia “questo governo non sta facendo nulla sul piano normativo, anzi, sta smontando le norme che c’erano; il messaggio che sta arrivando alla gente comune e non solo agli addetti ai lavori è che c’è aria di smobilitazione”.

Un passo indietro dovuto alle “modifiche normative introdotte nella riforma della giustizia che non servono né a velocizzare i processi né a migliorare la qualità del lavoro di magistrati e degli inquirenti. Anzi suonano come ‘norme liberi tutti’, quasi punitive nei confronti della magistratura”. Un giudizio pesante, da parte di chi ‘mastica il mestiere’, che la politica farebbe bene ad ascoltare anziché ignorare e tirare dritto come, invece, ha fatto. Non solo.

Il procuratore di Catanzaro, pochi giorni fa e sempre su La7, ha sferzato Draghi affermando anche che dal momento del suo insediamento a Palazzo Chigi “non ha detto una volta la parola mafia”. Un affondo a cui, fatalità del caso, poche ore dopo ha risposto lo stesso Supermario dichiarando, in conferenza stampa, che “le cosche come quelle della ‘ndrangheta si sono diffuse nel Nord Italia dove si è radicata la mafia imprenditrice”, e che il contrasto alla criminalità organizzata “non è solo necessario per la nostra sicurezza, è fondamentale per costruire una società più giusta”.

Insomma sembra proprio che lo Stato abbia abbandonato Gratteri o almeno non sembra difenderlo come dovrebbe. Ma se le Istituzioni latitano, in soccorso del magistrato arrivano i cittadini che a Catanzaro il 14 maggio scorso hanno manifestato davanti agli uffici della Procura per ribadire il fatto che “il procuratore non è solo” in questa battaglia di legalità.

In più con il timore di un bis di quanto accaduto nelle stragi del ‘92, i manifestanti hanno avanzato l’idea di istituire una “scorta civica” per fare da ‘scudo’ – anche solo mediaticamente – a Gratteri in quanto “non vogliamo che il procuratore venga isolato o si senta in alcun modo abbandonato”.

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