I consigli di Passera per uscire dalla Crisi. Il governo non butti via il lavoro dei tecnici

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di Monica Setta

Diciotto mesi fa Corrado Passera, classe 1954, banchiere e manager di prim’ordine nel gotha economico italiano, ha fatto un cambio radicale di vita. Si è lasciato alle spalle 35 anni di attività nel pubblico e nel privato per fare il ministro dello Sviluppo economico del governo tecnico guidato da Mario Monti. Tutti pensavano che sarebbe stata la via per una sua “salita in politica” e invece no. L’ex numero uno di Banca Intesa non si è neppure candidato alle elezioni, è rimasto al suo posto a lavorare fino all’ultimo “giorno di scuola” il 28 aprile scorso quando ha ceduto la poltrona al pd Flavio Zanonato. Lui, giacca perfetta di taglio e fascio di giornali sotto il braccio, dice che, tornando indietro rifarebbe tutto. Quanto al futuro, la partita con la politica, fa capire, è ancora apertissima. Ma ha i suoi tempi fisiologici che vanno rispettati.
L’incontro con Passera è nell’auditorium dell’Ance (l’associazione nazionale dei costruttori edili) dove ieri mattina il presidente dei giovani Filippo Delle Piane ha invitato al confronto sul tema Evolution (ripensare l’impresa, proiettarsi al futuro) sia lui che il successore Zanonato. E il passaggio di testimone, sottolineato dagli applausi della platea, ha evidenziato che fra l’esecutivo tecnico e questo governo politico, ci sono connessioni strategiche che, se attivate, possono consentire al Paese – come anticipa Passera a La Notizia – di portarsi entro la fine del 2013 fuori dal lungo periodo buio della crisi economica.

Davvero pensa che il governo Letta era l’unico possibile per far uscire l’Italia dall’impasse del dopo elezioni?
“Credo che Napolitano vada comunque ringraziato per ciò che ha fatto. Vedremo fra 6 mesi se lo spirito di servizio prevarrà effettivamente sugli interessi particolari della politica. Ciò che posso dire già ora ė quanto segue: se Letta confermerà quanto è stato fatto dal nostro esecutivo tecnico realizzando anche i progetti a cui stavamo lavorando quando la nostra esperienza governativa si è interrotta, il Paese riuscirà a vedere, entro la fine dell’anno, un cambio di “segno”. I presupposti macroeconomici nel resto del mondo sono positivi, la nostra azione – sia pure particolarmente aspra verso gli ultimi mesi – ha avuto l’obiettivo fondamentale di mettere sotto controllo i conti pubblici. Abbiamo dimostrato che l’Italia aveva una classe dirigente all’altezza di un compito importante: la difesa della sovranità nazionale e l’indipendenza come paese. Quanto alle misure drastiche, possono essere corrette dal nuovo governo”.
Il fatto è che le critiche a voi tecnici del governo Monti non mancano, anche se nessuno nega che avete fatto un lavoro essenziale nel mettere in qualche modo in sicurezza i conti pubblici. A partire dai mercati. Lo spread infatti si è stabilizzato intorno a quota 250 e non si ė lasciato scalfire dal caos politico che ha preceduto la nascita dell’esecutivo guidato da Enrico Letta…
“Nel caso dello spread ha avuto un ruolo l’azione della Banca centrale europea che ha garantito liquidità al sistema finanziario, ma anche noi, lo possiamo dire, abbiamo fatto per quanto potevamo la nostra parte. Abbiamo lavorato in una certa fase in accordo con il Parlamento e le parti sociali dando vita a riforme di tipo strutturali che hanno certamente rassicurato i mercati finanziari. Non mi ha sorpreso che lo spread rimanesse sostanzialmente stabile perchè sono sicuro che il resto del mondo ha compreso perfettamente il lavoro che è stato fatto in modo assai serio sia da noi che dalla Banca centrale europea per il bene dell’Italia”.

Bilancio positivo dunque dopo un anno e mezzo da super ministro dello Sviluppo economico?
“La mia missione non era semplice, si trattava di creare le condizioni per lo sviluppo. Non avevo scorciatoie e ho fatto la mia parte. Certo si poteva fare ancora di più, ma il compito era tutt’altro che agevole: bisognava scardinare un accumulo di vincoli burocratici che frenano l’economia. In 18 mesi abbiamo rimesso in pista progetti per 47 miliardi di euro, più di quanto sia stato oggettivamente realizzato nei 10 anni precedenti. E anche se gli imprenditori sostengono che le procedure restano tuttora complesse, noi abbiamo fatto alcuni interventi di forte accelerazione dei regimi autorizzativi sulle infrastrutture introducendo nuovi strumenti come i project bond, la defiscalizzazione e i contratti di disponibilità. Adesso al nuovo governo basterebbe un miliardo di euro per riattivare investimenti destinati a recuperare produttività”.

Certo, girando per l’Italia si vedono molti cantieri aperti e i “bonus” (fisco ed efficienza energetica) fanno la loro parte. Così come lo sblocco dei 40 miliardi di crediti delle imprese verso la Pubblica amministrazione. Ma la strada di questo governo, fra rinvii dell’abolizione dell’Imu, scarsità delle risorse disponibili e voci di aumento della Robin Hood tax, non sembra affatto spianata, anzi. Si sente di dare qualche consiglio a chi è arrivato dopo di voi?
“Posso affermare che con pochi mesi si possono fare soltanto alcune cose perchè la prospettiva è a breve termine mentre il Paese ha più che mai necessità oggi di poter contare su proiezioni più lunghe. La politica deve farsi carico di piani di medio lungo periodo, bisogna avere una “visione” d’insieme che abbia anche respiro. Gli spazi per la crescita in Italia ci sono – penso alla riqualificazione del patrimonio pubblico o all’introduzione delle tecnologie che si autopagano, per fare due esempi concreti – si tratta di attivare tutte le condizioni favorevoli che mettano gli investitori nella disposizione adatta a scommettere sul futuro del sistema paese. L’Italia può farcela, si tratta di lavorare insieme per un interesse comune senza pensare al “particulare” ma alla visione complessiva, al fatto che, sforzandoci, abbiamo tutti gli elementi per diventare un paese normale”.

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