I dem subito sul carro di Draghi. A costo di un altro tonfo elettorale. L’Ok a Monti e il Patto del Nazareno non sono bastati. I democratici donano il sangue pure a Supermario

NICOLA ZINGARETTI
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Naufragato il tentativo di un Conte ter e finito a raccogliere i cocci di una durissima esperienza di Governo, alle prese con una crisi sanitaria ed economica senza precedenti, davanti alla scelta del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, di affidare la guida di un nuovo esecutivo a Mario Draghi, il Pd si è subito attestato sulla solita posizione della responsabilità. Una scelta che in passato è costata cara alla sinistra. Guardando soltanto al Governo di Mario Monti, il Partito democratico è stato considerato dagli elettori responsabile per quegli enormi sacrifici a cui fu costretto il Paese, ma sembra che un simile bagno di sangue sia quasi nel Dna dei dem.

Resta ora il problema che l’immediata scelta di campo fatta rischia di vanificare gli sforzi compiuti da Nicola Zingaretti (nella foto) per riacquistare un po’ la fiducia degli italiani, dopo il tonfo delle elezioni del 2018, e di mettere in dubbio la stessa leadership, senza contare le mille incognite legate a un patto giallorosso considerato l’unica strada per potersi misurare da pari a pari con le destre.

I dem in situazioni come quella attuale sembrano non avere il minimo indugio. Subito responsabili e pronti a puntellare anche le situazioni più difficili da difendere. Ecco che ieri Zingaretti ha subito sostenuto che “Draghi è una personalità di grande prestigio, una forza e una risorsa apprezzata nel mondo”, “che può portare l’Italia fuori dall’incertezza determinata dalla crisi di governo”. Da forza Conte a forza Mario. Sulla stessa linea tutti gli esponenti dem, da Graziano Delrio a Dario Franceschini, fino ai più filorenziani, come Andrea Marcucci.

Non si vedono però ancora particolari riflessioni su cosa comporterà tale sacrificio. Tre anni fa il Pd è uscito a pezzi dalle elezioni e non è andata meglio dopo, perdendo una Regione dietro l’altra. Poi, complice il colpo di mano tentato da Matteo Salvini dalla spiaggia del Papeete, una seconda chance. I dem sono riusciti a trovare un’intesa con i 5 Stelle, nonostante i precedenti burrascosi rapporti, hanno fatto digerire alla loro base inversioni di rotta come quella sul taglia-poltrone, e pian piano hanno anche riacquistato consensi, diventando il principale competitor della Lega. Il pericolo che tutto venga vanificato appoggiando senza se e senza ma l’ex presidente della Bce è notevole.

Zingaretti ha lavorato sodo per ridare un po’ di smalto al partito finito rottamato insieme al rottamatore Matteo Renzi. Le truppe parlamentari però non sono mai state sue: tutti uomini e donne scelte da Matteo. Tutto estremamente difficile. Fino a che proprio Renzi, dopo aver favorito la nascita del Conte 2, ne ha causato la caduta e rimesso in crisi lo stesso segretario, che occorrerà vedere se riuscirà ora a mantenere la leadership. Il vero nodo però sembra quello sulle future alleanze con Leu e soprattutto con il Movimento 5 Stelle.

“Dobbiamo fare di tutto per non liquidare un patrimonio unitario costruito in questi mesi, che io credo fosse il vero obiettivo di Iv, cioè distruggere questo patrimonio unitario e che rappresenta la vera alternativa alla destra sovranista”, ha auspicato ieri Zingaretti. Sulla stessa linea Franceschini. Speranze dei dem che difficilmente però, sostenendo Draghi, potranno concretizzarsi. E senza un patto giallorosso al momento non sembra che il Pd possa avere particolari speranza nel confronto con le destre. Un triste gioco dell’oca quello in cui sembrano prigionieri i dem.