I dissidenti M5S si organizzano. E invocano Di Battista per sperare in un futuro. L’uscente Crucioli attacca Draghi: “Nel 2015 in Grecia non scelse la gente ma la finanza”

CRUCIOLI MATTIA
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Mattia Crucioli è uno dei 15 senatori pentastellati espulsi per aver negato la fiducia al governo Draghi. Ora lavora per formare “un gruppo nuovo, ancorato ai principi rivoluzionari e alle profonde esigenze di cambiamento che avevano creato la spinta propulsiva del Movimento delle origini”. Di Battista? “Sarebbe un aiuto formidabile”, dice.

Dopo l’espulsione lei ha dichiarato di lavorare per formare un gruppo che faccia “opposizione seria”.
“Ritengo che questo governo elitario non vorrà né potrà ridurre le diseguaglianze né fare gli interessi delle fasce deboli, dei lavoratori, degli artigiani, commercianti e piccoli imprenditori. Sarà prioritariamente orientato a garantire la sopravvivenza del sistema bancario e della grande impresa interconnessa con le filiere europee. E come unica opposizione avrà di fronte un partito che scavalca a destra questa impostazione già profondamente disinteressata alla cosa pubblica e all’equità economica e sociale. Ecco perché, a mio avviso, occorre formare un gruppo organizzato che dia voce ad un’alternativa radicale a questa visione e che possa rappresentare quelle persone che non si identifichino nei partiti disposti a piegarsi ai diktat della grande finanza internazionale o nell’opposizione di maniera della destra nera”.

Alcuni degli espulsi hanno annunciato ricorso. Barbara Lezzi ha dichiarato di voler candidarsi per il comitato direttivo. Crede che non tutti la seguiranno?
“Ci sono sensibilità e modalità di azione diverse. Ognuno deve maturare le proprie decisioni nel tempo che gli occorre. Ma spero che, alla fine, ci si renda conto che il Movimento è ormai un partito moderatamente riformista e che occorre dar vita a un gruppo nuovo, ancorato ai principi rivoluzionari e alle profonde esigenze di cambiamento che avevano creato la spinta propulsiva del Movimento delle origini”.

E’ in corso una trattativa per il simbolo di Italia dei Valori?
“Per i regolamenti parlamentari i nuovi gruppi devono poter disporre di simboli che abbiano già partecipato alle elezioni. Non entro nel dettaglio, ma confermo che se volessimo costituire un gruppo autonomo per poter opporci a questo governo in maniera coordinata e maggiormente efficace, occorrerebbe utilizzare formalmente un simbolo già esistente a cui abbinare il nostro”.
Alessandro Di Battista ha parlato di “sana e robusta opposizione da costruire”.

Crede che possa essere un punto di riferimento per quanti sono stati, come lei, espulsi?
“Alessandro ha dato prova di coerenza ed è riuscito in questi anni a coagulare consensi ed energie. In questo momento sarebbe un aiuto formidabile”.

Ritiene che la scelta dei vertici sull’espulsione sia stata sbagliata? L’area del dissenso è stata più ampia del previsto. Se si costituissero in gruppi parlamentari autonomi i “dissidenti” potrebbero numericamente scavalcare persino FdI.
“Ritengo che l’espulsione sia semplicemente la formalizzazione del percorso politico di ‘normalizzazione’ del M5S impresso dai vertici. Tale deviazione è ormai irreversibile e che chi non vuole adeguarsi deve separare la propria strada da quella nuova intrapresa dal partito. Emblematici sono i post di Grillo in cui ricorda che non si può accontentare tutti e che i grillini non sono più gli alieni della politica. Un messaggio piuttosto chiaro direi”.

Cosa resterà del M5S?
“Un partito nuovo, blandamente riformista, rassicurante, positivamente caratterizzato dai temi dell’ambiente e della legalità, e che costituisca l’asse di centro del centro-sinistra”.

Perché non le piace Mario Draghi?
“Per ciò che ha fatto o ha lasciato fare nei tanti ruoli che ha ricoperto. Pare essere avvenuta una rimozione di massa circa il fatto che fu tra i protagonisti della stagione di dismissione dell’impresa pubblica a vantaggio di interessi privati (peraltro sovranazionali), dell’acquisto di derivati tossici che impoverirono le casse erariali e avvantaggiarono banche internazionali, della mancata vigilanza sull’acquisto capestro di Antonveneta da parte di Mps (di cui paghiamo ancora le conseguenze), della chiusura dei bancomat greci durante la trattativa tra Tsipras e la Troika, della lettera all’Italia con cui la Bce impose austerità e riforme lacrime e sangue, e che quando introdusse il quantitative easing lo fece per salvare l’euro, non i popoli europei. Se fosse chiamato a scegliere tra l’interesse della ‘gente qualunque’ e quello della finanza europea e delle sue istituzioni, temo che si comporterebbe esattamente come fece con la Grecia nel 2015 e con l’Italia nel 2011”.

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