I manager coprono i redditi e lo Stato neppure li multa

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di Clemente Pistilli

Vengono pagati con denaro pubblico, scelti in larga parte dalla politica, dovrebbero per legge rendere nota la loro situazione patrimoniale e quella dei loro familiari, ma molti di loro non se ne curano. Sono i manager di nomina governativa, ministeriale o comunque al timone di aziende che pesano sulle spalle del Paese. Una violazione delle norme dinanzi alla quale lo Stato risponde con un buffetto, prima una diffida e poi la semplice pubblicazione degli inadempienti in Gazzetta ufficiale o sui bollettini degli enti locali. L’ultima black list composta dalla Presidenza del Consiglio dei ministri è composta da 47 capitani d’industria statale, che non si sono preoccupati di essere stati diffidati e hanno continuato a tenere ben chiusi nel cassetto i loro conti.

Trasparenza solo a parole
La legge sulla trasparenza dei patrimoni di politici e manager di Stato è la 441 del 5 luglio 1982. La norma prevede che i titolari di cariche elettive e direttive rendano noti sia i loro redditi, detenzioni di partecipazioni azionarie e proprietà immobiliari che quelli dei loro familiari. L’obiettivo? Evitare illeciti arricchimenti e togliere anche il sospetto che qualcuno possa lucrare sfruttando la propria carica. Nel momento in cui è chiaro lo stipendio ricevuto e sono chiari i beni già posseduti prima di occupare una determinata poltrona, il controllo è facile. La legge del 1982, per quanti non hanno alcuna intenzione di dare notizia del proprio patrimonio, non prevede però neppure una sanzione. La punizione per chi ignora la norma, anche dopo essere stato diffidato a tirare fuori le carte, è semplicemente quella della pubblicazione dell’elenco degli inadempienti. In pratica niente.

I big
La lista redatta da Palazzo Chigi comprende presidenti e amministratori di aziende locali e di società che gestiscono milioni di euro. Legge ignorata da Walter Bellantonio, direttore generale dell’Istituto Sviluppo Agroalimentare, quello che si occupa di finanziamenti per le aziende del settore, dal vicepresidente e dall’amministratore delegato sempre dell’Isa, Gianpaolo Chirichelli e Annalisa Vessella, da Valerio Zappalà, direttore generale di Infocamere, la società che cura la parte informatica delle Camere di commercio italiane, da Pier Andrea Chevallard, amministratore delegato della Tecno Holding, la finanziaria partecipata dalle Camere di commercio, che occupa anche la poltrona di segretario generale dell’ente camerale di Milano, di direttore dell’Unione camerale della Lombardia, di membro del Consiglio di amministrazione della Fiera di Milano, di presidente del Cda dell’Accademia del Teatro alla Scala e di presidente del collegio sindacale di Infocamere, da Bruno Bottiglieri, Ad di Autostrade Bergamasche, spa nata per realizzare venti chilometri di autostrada in provincia di Bergamo. E ancora: conti ben chiusi nel cassetto dello storico Luigi Lotti, che dopo mezzo secolo di attività accademica presiede l’Istituto storico italiano per l’età moderna e contemporanea, con sede a Roma, del sovrintendente Giovanni Pacor, violinista e direttore d’orchestra, al timone della Fondazione teatro Carlo Felice di Genova, di Renato Ravasio, vicepresidente della Sea, la società che gestisce gli aeroporti milanesi e che proprio per gli stipendi troppo alti dei manager ha portato la Corte dei Conti lombarda a bacchettare il Comune di Milano, chiedendo al sindaco Giuliano Pisapia di invertire rotta. Un incarico per Ravasio, già deputato e senatore, che si aggiunge a diversi altri, come quello di amministratore della Fondiaria Cariplo e di vicepresidente della Assoaeroporti. Finita la pubblicazione e finiti comunque i problemi per i manager. Super stipendi e altri beni non verranno scalfiti dalla violazione della norma. Possono continuare a tenere nascosti i loro patrimoni che dopo il richiamo di Palazzo Chigi non accadrà loro altro.

 

Il vizio dilaga anche nelle piccole aziende statali

La legge trasparenza non spaventa i grandi e neppure i piccoli. Tanti i manager di aziende locali, che vivono a spese dello Stato, finiti nella lista Letta per aver ignorato la norma. Inadempienti il presidente della Siit, che si occupa dello sviluppo del distretto tecnologico della Liguria, Ezio Andreta, l’AD della stessa società, Remo Pertica, il presidente del Patto territoriale della Provincia di Nuoro, Carmine Arzu, il suo vice, Francesco Deiara, il presidente dell’Agenzia di sviluppo genovese, Marisa Bacigalupo, del gal molisano Innova, Cloridano Bellocchio, dell’Ente Parco Nazionale del Circeo, Gaetano Benedetto, di Fidindustria di Biella, Marilena Bolli, il vicepresidente del Centro interscambio merci vicentino, Alberto Brentegani,  il presidente dell’istituto di ricerca Catas di Udine, Michele Bressan, il vice Franco Buttazoni, l’AD, Angelo Speranza, l’AD di Ecamricert di Vicenza, Andrea Camporese, il vicepresidente del gal Akiris, Maria Cerabona, il presidente dell’incubatore di imprese di Novara, Emanuel Cesare, il vicepresidente Bioindustry, Luigi Colombo, il presidente del gal bergamasco Comunità della valle e dei laghi, Battista Cristinelli, l’amministratore di Vicenza Artigianato, Marco Cuccarolo, il presidente del gal dell’alto casertano, Ercole De Cesare, l’AD dello stesso consorzio, Antonio Masiello, il vicepresidente dell’aeroporto turistico di Asiago, Claudio Macchetti, il presidente del Villaggio d’Europa, Giancarlo Macchetto, il vice del Parco Scientifico per le tecnologie, Riccardo Maiarelli, il presidente dell’expo di Brescia, Carlo Massoletti, il suo vice, Piergiorgio Piccioli, il presidente del centro servizi lapideo, Luciano Piralla, il presidente dell’Agenzia per lo sviluppo turistico di Bergamo, Silvano Ravasio, il presidente della società per valorizzare l’economia reggiana, Ivan Rinaldini, il presidente dell’aeroporto di Ancona Falconara, Cleto Sagripanti, il presidente della Censer Rovigo spa, Francesco Stocco, il presidente dell’Aeroporto Nicelli di Venezia, Carlo Trevisan, il vice della Eurobic Toscana Sud, Massimo Umiliati, il vice e AD della Dolomiti Turismo, Giovanni Valle, il segretario generale della Camera di Commercio di Brescia, Massimo Ziletti, e persino di due liquidatori, quelli dell’Agenzia dello sviluppo di Nuoro e della Pisa Congressi, Giuseppe Mameli e Francesco Manis.