I mille Moretti d’Italia

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di Clemente Pistilli

Non sono solo le grandi aziende partecipate dallo Stato a costare ogni anno milioni di euro e ad avere manager con stipendi stellari. In Italia sono migliaia le società, spesso semisconosciute, frequentemente dagli obiettivi vaghi, che hanno come principali azionisti gli enti pubblici e che garantiscono ricche poltrone a qualche politico caduto in disgrazia o al manager vicino a questo o a quell’altro amministratore. Sono le stesse che hanno in troppi casi bilanci con voragini più che buchi, che perdono somme enormi e che alla fine si salvano grazie alla solita ricapitalizzazione pubblica. Nel 2009 l’allora ministro Roberto Calderoli contò da Nord a Sud circa 34 mila enti bollati da lui come inutili e nel 2012 l’Unione province italiane ha stimato che le società controllate da Ministeri, Regioni, Province e Comuni costano oltre 7 miliardi l’anno. Un fiume di denaro per cui non viene trovata diga e che resiste a Governi e amministrazioni di tutti i colori politici.

Il caso Lazio
Le partecipate d’Italia sono una moltitudine e, salvo alcuni casi, spesso sconosciute ai più. Nel Lazio solo la Regione ha un centinaio di partecipazioni in aziende in cui lavorano oltre settemila dipendenti. L’Astral, società incaricata della progettazione, realizzazione e manutenzione delle strade regionali, più volte al centro di vari scandali, ha chiuso il 2010 con una perdita di oltre mezzo milione di euro e il 2012 con una di oltre 6 milioni e va avanti, con l’amministratore unico Antonio Mallamo che percepisce 136 mila euro l’anno. Va meglio al direttore generale di Lazio Service, società di servizi, Giuseppe Tota, con 182.400 euro. Bene anche il presidente del Cento Agroalimentare Roma, Valter Giammaria, con 90 mila euro, e l’Ad Mauro Loy, con 72 mila euro, mentre il numero uno della Imof spa, che gestisce il mercato ortofrutticolo di Fondi, Vincenzo Addessi, porta a casa 48 mila euro. A prendere spiccioli è Luigi Celori, storico esponente del centrodestra, che con la presidenza di Austrade del Lazio spa, percepisce appena 18 mila euro. A colpire nelle società partecipate dalla Pisana è però il caso del Cotral, quella che si occupa dei trasporti tramite bus. L’azienda ha perso 26 milioni nel 2010, 27 nel 2011, e 25 nel 2012, ed è una delle grane principali di Nicola Zingaretti, sulla quale, per via della ricapitalizzazione, si sono appuntate anche le critiche della Corte dei Conti. Ma gli stipendi? L’amministratore delegato, Vincenzo Surace, ne ha uno di tutto rispetto: 120 mila euro l’anno. Stessa musica nelle società partecipate dal Campidoglio. Acea, colosso dell’energia, garantisce al presidente Giancarlo Cremonesi, numero uno anche della Camera di commercio romana, 400 mila euro l’anno, e all’Ad, Paolo Gallo, 690 mila euro. Sia i presidenti dell’Atac che dell’Ama, le società che si occupano di trasporti e raccolta rifiuti a Roma, Roberto Grappelli e Daniele Fortini, percepiscono 79 mila euro. Per il presidente di Roma Metropolitane, Massimo Palombi, assegnati infine oltre 72 mila euro.

Una selva di aziende
In Lombardia, invece, a presiedere la Sea, società che gestisce gli aeroporti milanesi di Linate e Malpensa, è stato chiamato il banchiere Pietro Modiano, marito dell’ex ministro Barbara Pollastrini, e gli è stato offerto uno stipendio da 200 mila euro. Essendo tale cifra il doppio del massimo previsto, l’estate scorsa è così intervenuta la Corte dei Conti, richiamando all’ordine il sindaco Giuliano Pisapia. Spostandosi poi a Sud anche lì le partecipate non mancano e le poltrone neppure. Qualche esempio? Oltre 50 mila euro per l’amministratore della Air Autoservizi Irpini, Angelo D’Amelio, 54 mila per il presidente e l’Ad di Campania ambiente, Marcello Palmieri e Gennaro Di Lorenzo. Stessa cifra garantira a Giuseppe Zollo, nonostante la Campania Innovazione spa sia in liquidazione. Quasi 53 mila euro all’amministratore della società di trasporti marittimi Caremar, Paolo Como, e 54mila all’amministratore della Film Commission Campania, Valerio Caprara. E i controlli? Sempre più difficili, a tratti impossibili, come ha denunciato la Corte dei Conti.